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    LA LETTURA DI SÉ E DELL’ALTRO

    Orazio Maria Valastro (a cura di)

    M@gm@ vol.9 n.1 Gennaio-Aprile 2011

    • Editoriale
      L’esperienza del mondo nella narrazione di sé e dell’altro

      Orazio Maria Valastro

      L’autobiografia come processo di evocazione e messa in scena della vita (bíos) nel movimento della scrittura (gráphein) che prende forma a partire da noi stessi (autos), è desiderio di creazione (poiein) di sé (autos), processo di creazione di ordine mitobiografico. Proponendo questa definizione per collegare il movimento della scrittura di sé con il processo di creazione di sé, vorrei ricordare il celebre motto inciso sul tempio dell’Oracolo di Delfi: “In te si trova occulto il tesoro degli Dei. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”. Valorizzando il movimento vitale della vita degli individui attraverso le biografie dell’antica Grecia, l’arte della maieutica manifesta una conoscenza che dispiega l’individuo nella coscienza del mondo e delle sue divinità. Questa riflessione ci permette di considerare le scritture di persone ordinarie come organizzazione metaforica del movimento della scrittura di sé, un movimento che instaura una coscienza mitica nell’organizzazione omologica di pensieri e sentimenti che ci rivelano il flusso del fondo dell’immaginario di un’epoca che prende forma.

    • Une lecture de Maïs en Grégorien d’Arnaldo Calveyra

      Mabel Franzone

      Cet article est une invitation à considérer la lecture d’un auteur comme un type d’écriture de soi, car, l’ouvrage ici traité a la vertu d’interpeller constamment le lecteur, de le faire réfléchir sur les grands drames de l’humanité. La structure est complexe, à cheval entre plusieurs genres, écrit dans des versets, avec des caractéristiques de l’autobiographie, mais pas reconnue comme telle de façon explicite. Nous utilisons des données théoriques : l’herméneutique amplificatrice du symbole, les structures anthropologiques de l’imaginaire, les théories de la lecture et des notions sur le monde imaginal, la résonance et le retentissement. Néanmoins la dynamique du livre ne permet point de s’attarder dans des considérations théoriques, car il exige totale concentration. Par la ruse d’un miroir, où vont se refléter les pires crimes commis à travers les temps et les espaces, l’auteur rappelle le devoir de prendre une commune responsabilité. Notre pire ennemi sera alors le silence. Par cette mise en branle, l’écrivain nous emmène à nous poser des questions sur notre place dans le monde, sur nos actions et sur notre propre mort. Sûrement ce petit livre peut avoir des multiples lectures, nous avons choisi de nous concentrer sur celle de la « mise en question » aux fins d’aborder la lecture comme un moyen de transformation de l’être, ce qui peut aboutir à l’écriture de soi et ce dans un sens strict comme dans un sens plus large.

    • Maria Immacolata Macioti

      Sono rivelatori, i viaggi. Tanto che bisognerebbe essere molto cauti nello scriverne, nel ricordarli, nel comunicarli. Perché sveliamo, parlandone, scrivendone, paesaggi, realtà, rapporti tra persone, rapporti sociali. E non solo. Sveliamo anche, inevitabilmente, noi stessi. Anche laddove non è questa l’intenzione dello scrivere. Ma questo sarà vero anche nel caso di brevi, circoscritti percorsi? Me lo chiedo, mentre scrivo di un breve recente viaggio verso Salina, verso le migrazioni italiane da Salina. Verso la Salina di oggi. Verso la Salina ottocentesca. Un viaggio che, nell’insieme, è durato tre giorni in tutto, di cui quasi due spesi per recarci sui luoghi, per ripartirne. Chi leggerà questo breve resoconto cosa potrà pensare di chi ha pensato a un itinerario di questo genere?

    • Philippe Lejeune

      Come è possibile? Io, così agnostico, perché sono sollecitato da immagini religiose? Abbiamo inventato a poco a poco, dal 1992, poi ritualizzato, il nostro modo di fare. Una “liturgia” regola il corso delle nostre riunioni: è la “carta” dei gruppi di lettura. Le procedure devono essere le stesse in tutti i gruppi, al fine di garantire la coerenza di questo immenso lavoro. Vi è un’ortodossia, un’istanza di controllo che si preoccupa delle alterazioni delle regole, delle procedure d’invito … Come per gli ordini monastici c’è un noviziato (ogni nuovo partecipante è preso “in prova” in un gruppo) e dei voti da pronunziare, in particolare quello di “leggere in simpatia” (su questo ci ritornerò dopo) – voto di spoliazione di sé per aprirsi all’altro – scoprendo per gradi che non è facile come sembra.

    • L’autobiografia tra ricerca di senso ed esperienza di cura

      Duccio Demetrio

      La scrittura di sé soltanto così diviene autenticamente autobiografica. Non può esservi autobiografia se non la si pensa, non la si progetta in corso d’opera, non la si consideri un tormento e un travaglio non molto dissimili da quelli che vissero e vivono scrittori di fama. Autobiografia è lavoro estenuante dell’io su se stesso, oltre che sulla propria ambulante dimora corporea; c’è talento autobiografico soltanto quando si siano oltrepassati quei timori che ci impedivano di avvicinarci alla penna e alla carta, scoprendo che è terapeutico il passaggio dalle paure alla voglia di non nasconderle più alle curiosità del proprio io.

    • Il corpo lente, il corpo testo

      Roberta Cavicchioli

      Merito indiscusso di Nietzsche è di non aver fatto concessione alcuna alle rappresentazioni stereotipiche dell'umano, e di aver mostrato come “leggere l’altro, anche quell’altro che è in noi stessi, per confrontarsi con l’enigma dell’esistenza” sia possibile solo nell'incontro di scienza e poesia, nella pluralità dei discorsi e dei saperi sull'uomo. Maestro nell'arte di narrare, quest'animo intrepido di esploratore ha saputo produrre una salubre contaminazione di generi letterari e registri, od onta delle rigidità disciplinari, e con la generosità di chi non teme di esporsi in prima persona. In tal senso, il suo invito ad abbandonare un approccio mortifero e reificante alla vita, è una forma di introspezione e di auto-conoscenza, un esercizio indispensabile per mantenere un rapporto con le profondità dell'essere nel percorso accidentato che ci conduce alla scoperta della nostra identità.

    • Prove di “stabilizzazione” dell’identità interinale

      Augusto Debernardi

      Ho sempre pensato e creduto che senza l’altro io non sarei, né ci sarebbe l’identità mia che appunto per questo è dinamica. Così ragionando mi trovo costretto ad giocare sull’ossimoro, come nel titolo. Mi ha sempre fatto male sentire che dell’identità se ne sono approfittate ed impadronite troppe forze politiche contemporanee. Secondo me non sanno bene di cosa stanno trattando. Prendere in ostaggio un “bisogno esistenziale” come è l’identità – un tempo scrissi diverse cosette sulla matrice dei bisogni e i loro mediatori oppure violatori nel flusso della sociologia clinica - per costruire propagande e poteri è un fatto greve, passato sotto silenzio di troppi. O se si vuole, chi compie l’operazione di appropriazione indebita del concetto sa benissimo che si mette su una strada delicatissima, sul rasoio di Occam dalla lama affilatissima, quella della semplificazione e della riduzione, che è rivolta nel breve periodo verso il popolo più che verso coloro che si saziano del concetto.

    • Autore, narratore, personaggi nella narrazione di sé

      Giorgio Bert

      L’io che si racconta non parla di ciò che avviene ma di ciò che è avvenuto, e anche se sono passati pochi istanti si tratta già di passato. Il presente non si può narrare, il presente è un vortice, un caos; il tentativo di raccontare le cose mentre avvengono si risolve in una comunicazione confusa, spezzettata, balbettante in cui si intrecciano in modo poco coerente e disordinato eventi, fatti, emozioni, interpretazioni. Tra l’io che vive e l’io che racconta esiste un fossato invalicabile. Quando la persona narra e si narra costruisce una storia che –per quanto tenga conto di fatti effettivamente avvenuti- non è (né potrebbe essere) una fedele descrizione di quanto è accaduto. La narrazione dà alla sequenza degli eventi un ordine arbitrario, colmando i vuoti, omettendo particolari e spesso, più o meno consapevolmente, inventandone di nuovi. Ciò che ne risulta è in ogni caso fiction.

    • Santo Di Nuovo

      La “comunicazione esistenziale” è lo sforzo di fare emergere i nuclei più autentici nell’interazione fra due persone (tra questi nuclei abbiamo visto quanto siano essenziali i valori personali): e la narrazione è appunto un modo adeguato per far emergere questi nuclei di senso, gli unici capaci di ‘ri-significare’ i valori in modo autentico e senza imposizioni di schemi prefissati e costruttivi. Grazie a questo metodo di ‘ascolto’ dell’altro senza filtri potenzialmente pre-giudiziali, chi fa ricerca e/o intervento in ottica fenomenologica può sospendere la propri schemi di conoscenza pregressi, per consentire alla realtà della persona di manifestarsi nella sua vera essenza.

    • Fabio Olivieri

      Le modalità con le quali è possibile avvicinarci alla comprensione di un testo autobiografico sono molteplici; passiamo dall’analisi testuale tout court (letteratura), a quella relativa agli Indicatori linguistici percettivi e cognitivi (psicologia) all’individuazione delle forme culturali del pensiero (antropologia) fino all’analisi lessicale per mezzo di strumenti di text mining (sociologia). Ciò che sembra opportuno evidenziare nella prospettiva di una lettura sensibile dell’altro, riguarda non tanto la metodologia in uso per confermare determinate ipotesi di natura scientifica, piuttosto il sottolineare una condizione fondamentale del testo autobiografico: l’essere Corpo di una vita narrata. Rispetto a questa presa di coscienza non possiamo redimerci dal considerarlo un Soggetto vivo. Ecco allora che la prima condizione imprescindibile per l’analisi di un testo autobiografico diviene la capacità di predisporci al suo ascolto per mezzo dell’interrogazione, della domanda. Il narratore ha deciso di parlarci: perché lo ha fatto?

    • Analisi di tre autobiografie di persone divenute disabili

      Rosalba Perrotta

      Leggere autobiografie consente di conoscere esperienze e momenti della vita che restano ignoti a chi non li ha vissuti. Le autobiografie ci svelano un mondo e, nello stesso tempo, ci introducono in esso. Illustrano e spiegano senza illustrare e senza spiegare. Catturano il lettore nella narrazione e, rendendolo protagonista di quello che accade, gli fanno provare le emozioni di chi racconta e gli mostrano la realtà attraverso i suoi occhi. La corrente sociologica dell’Interazionismo simbolico, un approccio che dà particolare rilievo ai significati attribuiti dagli uomini agli oggetti di cui hanno esperienza, considera le storie di vita uno strumento di indagine prezioso. Il racconto di un tratto della vita, o della vita in genere, consente di raggiungere una conoscenza della realtà soggettiva di chi narra molto superiore rispetto a quella ottenuta attraverso questionari o interviste strutturate.

    • Maria Grazia Soldati

      La scrittura di sé è approccio educativo, di cura, in cui la posta in gioco è la possibilità di attivare parti di sé inespresse, scommette sul desiderio di un divenire, di un modo di essere in cui sia possibile stare nel presente in modo creativo, di pensarlo e trasfigurarlo con narrazioni ed incontri tra persone. Oggi c’è una povertà di relazioni umane, c’è una perdita di linguaggio: accade quindi che le singolarità si spengono. Ma ognuno di noi ha una singolarità parlante, che ha bisogno di essere ascoltata. È un bisogno simbolico prima che psicologico. E questo spiega la necessità di spazi dove la propria storia di vita sia ascoltata, perché nel nostro presente ci sia tanto interesse per il biografico C’è la necessità di pratiche che aiutano a cercare forme di vita che siano più vive e più desiderabili. C’è la necessità di contesti dove sperimentare un percorso che cerchi le parole per dirsi, per cercare un legame soggettivo tra sé e ciò che si dice, si scrive, in un percorso di comunicazione, di auto-conoscenza, di comprensione.

    • Vera Ambra

      Attraverso la parola scritta ho avuto l'opportunità di navigare nell’intimo delle mie viscere e di riaprire la porta a quell'alito di vita e di creatività che a causa di dispiaceri, dolori e sofferenze avevo nascosto, sotterrato, dimenticato. Con la penna sono stata capace di dialogare con le cose che mi circondavano, con gli elementi familiari, con quelli sconosciuti, soprattutto con il mio spirito inquieto.

    • La narrazione nei social network come possibilità di ricostruzione del tessuto sociale

      Antonio Notarbartolo

      Diventa difficile, in questa situazione sfuggire alla logica della precarietà, così come riuscire a stabilire un discorso continuativo con una o più persone, se non ricorrendo a qualche trucco “tecnico” migliorativo. Rimane il grosso vantaggio rappresentato dalla comunicazione diretta, quasi in tempo reale, se le persone sono in quel momento collegate al programma, quindi sono in grado di replicare. Diventa quindi il possibile veicolo e motore di movimenti di opinione, di gruppi spontanei di persone, di emozioni che possono diventare “oceaniche”, come quando, in uno stadio gremito, tutti si muovono all’unisono sotto il segno della ola. Vengono così soddisfatte la partecipazione e la reciprocità nel bisogno di relazione, e viene soddisfatto il bisogno delle persone di narrazione, ovvero il bisogno di raccontare con leggerezza ad un possibile interlocutore, o ad una platea, la propria storia in frammenti, attraverso commenti puntuali, espressioni di intento, canzoni e immagini. La narrazione, oggi, è fenomeno sempre più raro, grazie al crollo del valore aggiunto rappresentato dall’esperienza, e si è trasformata in storytelling.


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    M@gm@ ISSN 1721-9809
    Indexed in DOAJ since 2002

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