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  • Miti e immaginari nella contemporaneità
    A cura di Orazio Maria Valastro

    M@gm@ vol.16 n.3 Settembre-Dicembre 2018






    MITO E IMMAGINARIO NELLA COSTRUZIONE DI UNA SOCIETÀ DI GIUSTIZIA

    Arrigo Colombo

    arribo@libero.it
    Filosofo, Dipartimento di Studi Umanistici, Centro interdipartimentale di ricerca sull’utopia, Università del Salento, Centro interuniversitario di Studi Utopici (Università di Cassino, Lecce, Macerata, RomaTre), Movimento per la società di giustizia e per la speranza. Dal 2006 dirige la Rivista di Studi Utopici. Nel 2014 ha ottenuto il Premio internazionale di filosofia Karl-Otto-Apel per i suoi studi sull’utopia.


    Rappresentazioni mito-drammatiche di sé
    Disegno: Orazio Ardini - Liceo Artistico Statale Emilio Greco
    Ateliers dell'immaginario autobiografico © OdV Le Stelle in Tasca

    Premessa

     

    La costruzione di una società di giustizia è il grande progetto dell'umanità; costruzione di una società di giustizia, e più oltre di una società fraterna. Questo è ciò che noi abbiamo scoperto nel nostro lavoro sull'utopia, in seguito alla fondazione di un Centro interdipartimentale di ricerca nel 1982, nell'Università del Salento-Lecce (più oltre, nel 2005, anche in un Centro interuniversitario con altre tre università, Cassino, Macerata, RomaTre).

     

    Ricerca che partiva dai progetti degli autori, nella fase ellenica anzitutto (dove il più noto è Platone); come poi dai progetti della fase moderna che parte da Thomas More. E però, a un certo punto, la nostra ricerca scopriva il progetto dell'umanità, e ne ricostruiva la storia e i caratteri. Abbiamo certo lavorato molto: 11 convegni internazionali, 35 volumi pubblicati; in particolare, nel 2015, la Trilogia della Nuova Utopia, cui si aggiungerà ora un quarto più breve volume sulla società fraterna e una raccolta di saggi.

     

    Il blocco della società ingiusta e la reazione popolare

     

    L'umanità ha vissuto gran parte della sua storia in quello che può dirsi il «blocco della società ingiusta». I cui fattori possono essere indicati nel sistema monarchico-aristocratico, potere assoluto della monarchia ereditaria; e possesso della terra – allora il bene produttivo per eccellenza – da parte dell'aristocrazia; conquista di popoli, formazione d'imperi (che già Agostino chiamava «grandi brigantaggi» perché si formano asservendo altri popoli), guerra perenne (la guerra esaltata come gloria del monarca e del popolo conquistatore; esaltata come arte, strategia; mentre è il crimine più atroce, è una strategia di morte). Inoltre schiavitù, l'atroce ignominia che annienta la persona umana; asservimento della donna; povertà dipendenza sfruttamento del popolo contadino. E questo dal terzo millennio a.C. (in Mesopotamia e in Egitto anzitutto), da quello che può dirsi l'inizio delle civiltà; sino alle rivoluzioni moderne, per oltre quattro millenni e mezzo: tanto dura quel blocco.

     

    Il popolo, tuttavia, non si arrende a questa condizione; la sua coscienza non si oblitera (come vorrebbe De la Boétie nel suo famoso ma isolato saggio sulla «servitù volontaria», che si formerebbe con l'assuefazione, del 1576). La sua resistenza, la permanenza storica di una coscienza di dignità e diritto, è dimostrata anzitutto da tre ordini di eventi.

     

    La rivolta popolare, che corre lungo l'intera storia umana. I processi di democratizzazione, dove il popolo raggiunge lui la gestione del potere politico; così in quello che è forse il modello storicamente più alto di democrazia, l'Atena antica; o nella varia vicenda dei comuni medievali. Oppure lotta per raggiungerla, anche se vi riesce solo in parte, come la plebe romana contro il patriziato; una lotta che va dal quinto secolo a.C. al terzo, approdando soltanto a organi distinti per i due ceti; mancando il pieno riconoscimento e l'integrazione. Infine le rivoluzioni moderne,in cui il potere monarchico-aristocratico viene infine annientato.

     

    I miti utopici

     

    Un'altra importante espressione della coscienza popolare in questa fase sono i miti utopici, in cui si configura quella società di giustizia, benessere, pace verso cui la coscienza popolare era protesa. E che, nella sua perdurante impotenza, e insieme nella sua speranza e certezza, l'uomo colloca in un altrove: all'inizio della storia umana nel mito edenico-aureo; alla fine nel mito escatologico; nel presente ma in una terra o isola lontana, di cui si favoleggia, o dove capita per caso il viaggiatore o il naufrago, il mito geografico.

     

    Nel mito edenico, il più antico, il giardino di Eden dei primi capitoli della Genesi, si prospetta una originaria condizione felice, che potrebbe durare sempre ma va perduta col peccato, con la trasgressione di un ordine divino. A questa, nel testo biblico, è attribuita la dura condizione del popolo contadino alle prese con una terra infeconda, così come la soggezione della donna all'uomo (3, 16-19). La causa sociale è ignorata, le classi dominanti; o meglio è compresa nell'universale idea di peccato, di trasgressione del supremo e supremamente benefico ordine divino. In ogni caso è prevista una lotta in cui il serpente, quindi il male di cui è simbolo, sarà infine schiacciato (3, 15).

     

    Nel mito aureo, dell'età dell'oro, la prima età della storia umana – come la troviamo anzitutto ne Le opere e i giorni di Esiodo, ma poi in tutta la tradizione greco-romana– la terra è spontaneamente feconda e l'uomo conduce «una vita da dio», serena, senza pene, restando sempre giovane; e muore come abbandonandosi al sonno. Seguono poi età di progressivo decadimento – dell'argento, del bronzo, del ferro infine, l'età estrema in cui l'uomo nascerà già vecchio; in cui non vi sarà rispetto né per il padre, né per l'ospite, né per alcuno; in cui la forza, la dismisura, il crimine prevarranno sul diritto; e al male non vi sarà rimedio (Esiodo; Opere e i giorni, vv. 109-201).. E però, anche qui, quelli che seguono la giustizia vedranno la loro città fiorire, la terra moltiplicare i suoi frutti; una vita abbondante e gioiosa, e sopra tutto la pace (vv. 225-237).

     

    Il mito escatologico, cioè la proiezione della società virtuosa e felice alla fine della storia, lo troviamo in quel movimento grandioso che sarà chiamato Millenarismo perché darà a quella società la durata di un millennio, l'ultimo, ai margini della storia e già fuori dalla storia; per una società di soli giusti, per loro una mirabile rivalsa su questa stessa terra in cui tanto hanno sofferto, per loro soltanto. Movimento grandioso perché, partendo dagli ultimi secoli dell'ebraismo, percorrerà quasi per intero la storia dell'Occidente fino all'Ottocento (la grande fioritura dell'Ottocento americano), e in qualche misura (i Testimoni di Jehova) al Novecento.

     

    La genesi del mito escatologico sta nella letteratura apocalittica, l'ultima delle letterature veterotestamentarie (che però entra nella Bibbia solo con due testi, Daniele e l'Apocalisse giovannea), il cui capostipite è il libro di Enoc; e che si estende dal secondo secolo avanti Cristo al secondo dopo Cristo; e dunque pervade anche il primo cristianesimo.

     

    Il millennio assume una forza definitiva nell'Apocalisse giovannea (era già presente in certa misura nell'apocalittica ebraica): un angelo scende dal cielo e ha in mano la chiave dell'abisso e una catena; e afferra il satana e lo incatena e lo chiude nell'abisso per mille anni, affinché non possa più sedurre le genti; e allora i giusti regnano mille anni col Cristo. Da notare che l’espressione «mille anni» assume qui un’insistenza insolita: in cinque versetti compare cinque volte (20, 2-6).

     

    Si delinea qui una consistenza spirituale del millennio, «saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni». Quella che sarà sviluppata poi da Gioacchino da Fiore (1130-1202) come il «terzo stato», la terza età del mondo; che è però «il tempo della fine», «il settimo giorno». E comporta una trasformazione della mente, una «trasposizione dei cuori dai desideri carnali all’amore delle cose celesti». Donde una società «quietiva», che possiede la piena «perfetta» libertà dello spirito, il divino perfetto amore, e perciò è fusa nella contemplazione. Non più il lavoro, neppure lo scrivere, ormai superfluo; non proprietà e possesso di cose, inutili ormai. Ma il «riposo santo», nella pace, nel gaudio (i passi cit.: In Apocalypsim,I, 3, 9 eVII, Venezia 1527, ff. 83, 209v-210r; Concordia,V, 58 e 74, Ivi 1519, ff. 90r e 103; Psalterium, Ivi 1527, f. 260r; Enchiridion,3, Milano 1994, p. 146. Sono temi ricorrenti).

     

    Ma il quadro prevalente è quello che si sviluppa dal messianismo ebraico in cui nasce; ed è un Millennio compiutamente umano. Dove al primo posto sta la giustizia, che mantiene il risalto antico, e cui si unisce l’amore fraterno; la scomparsa dei tiranni dei re dei principi; la scomparsa della schiavitù della servitù; il sostegno alla vedova e all’orfano. S’impone l’eguaglianza,la legge eguale per tutti; l’eguaglianza sociale, la terra, i grandi beni diventano comuni, la proprietà è abolita, i ricchi e potenti scompaiono. Questi temi, prima veterotestamentari, poi evangelici, poi caduti nell’oblio dell’alienazione ecclesiastica, ricompaiono con forza nel millenarismo sociale del medioevo e della modernità, in tanti movimenti ed episodi (fondamentale al riguardo, e sempre suggestiva, l’opera di Norman Cohn, The Pursuit of the Millennium, Londra 1957; tr. it., Milano 1976).

     

    Scompare il male, quindi il peccato, e il dolore; la menomazione fisica: non più zoppi ciechi sordi muti; non più malattia afflizione angoscia; non più intemperie, flagelli di natura, grandine siccità carestia.

     

    Prosperità, fecondità della terra, abbondanza; espressa in termini iperbolici in un testo che da Enoc passa in 2Baruc,in Papia di Gerapoli, Ireneo, Lattanzio, Commodiano: «Le viti avranno ognuna diecimila tralci, e ogni tralcio diecimila simpodi, e ogni simpodio diecimila piedi, e ogni piede diecimila grappoli, e ogni grappolo diecimila acini, e ogni acino pressato darà 25 misure di vino. Così ogni granello di frumento ecc.» (Ireneo, Adv. haereses,V, 33, 7 - PG 7, 1213-14). Il lavoro si fa lieve: si adempirà nella giustizia e sarà colmo di benedizione, dice già Enoc (10, 18). Domina ovunque la pace, la vita scorre in letizia, come una festa.

     

    Il matrimonio è presente ed è straordinariamente fecondo (mille figli o mille generazioni); anche se non sempre viene affermato. Tra i Padri è esplicito in Giustino, Ireneo, Lattanzio, Commodiano e nella descrizione che del millennio fa Dionigi Alessandrino. Risulta tuttavia alquanto anomalo in uno stato di giustizia provata e confermata, stato di compenso e di premio; laddove le nuove generazioni non passano attraverso la prova. Uno stato che raccoglie l’intera compagine dell’umanità giusta, presente e passata, quindi di per sé concluso; per trasporla in una condizione terminale anche se temporale; e però oltre il farsi che è proprio della storia.

     

    Nel mito escatologico millenaristico la tensione popolare si proietta, dunque, in misura grandiosa: il blocco della società ingiusta vi è dissolto; la condizione di giustizia, benessere, pace vi è mirabilmente raggiunta.

     

    Il mito geografico, cioèla proiezione della società virtuosa e felice in un paese e popolo lontano, un continente, un’isola; un paese noto, ignoto, favoloso; si sviluppa particolarmente nel mondo ellenico, collegandosi probabilmente con i grandi viaggi mitici,gli Argonauti, Odisseo. O anche con i grandi viaggi storici –a cominciare dal periplo africano di Neco nel sec. VII a.C., al periplo di Annone, alla grande spedizione di Alessandro, al periplo di Nearco – che hanno come scopo l’esplorazione, la colonizzazione, la conquista; e i cui resoconti sono obiettivi e sobri; ma non si può non pensare che non abbiano diffuso notizie favolose, e potentemente acceso l’immaginazione.

     

    I popoli del mito geografico sono gl’Iperborei anzitutto, di cui secondo Erodoto parlerebbe già Esiodo, di cui parlano poeti, storici, geografi; legati al mito di Apollo (che vi sarebbe giunto in volo sul suo carro di cigni, vi avrebbe soggiornato un anno, vi tornerebbe a intervalli regolari) e al culto di Delo (Storie,IV, 32-36). L’India, secondo le notizie di Ctesia, storico del V-IV sec. a.C.; un’India in cui abitano anche popoli estremamente fantasiosi: cinocefali, un popolo senza foro anale, un altro con orecchie elefantiache ecc. (in Fozio, Biblioteca,72 - PG 103, 212-229). L’Eusebe di Teopompo, retore e storico del IV sec., la città pia, pacifica, nel grande immenso continente di Meropide; rispetto al quale Europa, Asia e Libia sono isole sparse nell’Oceano (Storie filippiche,in Eliano, Storie varie,III, 18). Gli Attacori, un popolo indiano di cui ha scritto Amometo, autore del III sec., in un romanzo geografico (in Plinio, VI, 20, n. 55). Le Isole Fortunate (probabilmente le attuali Canarie), almeno nella descrizione che ne dà Plutarco nella vita di Sartorio (n. 8); e un'isola al di là delle Colonne d’Ercole che sembra essere l’attuale Madera, nella descrizione di Diodoro Siculo (V, 19-20). E la stessa Atlantide come la descrive Platone; e, insomma, innumerevoli luoghi.

     

    Il modello che vi si disegna presenta oscillazioni, maggiore o minore ricchezza nei dettagli, ma rientra in un unico quadro; di cui ecco le caratteristiche. Presenza degli dei, di Apollo, di Crono. Clima mite, temperato, brezze soavi. Fecondità spontanea della terra; perciò assenza di fatica, o anche del lavoro stesso; perciò disponibilità del tempo, ozio, sacrifici e danze e studi. Prosperità, abbondanza dei beni. Vita lunga senza malattie; morte volontaria e felice per sazietà. Assenza di discordia tra gli uomini, pace, vita gioiosa.

     

    Questo modello non si distingue da quello «aureo»; né da quello escatologico, salvo la corrente spirituale. Il mito geografico si assimila agli altri due in un’unica operazione proiettiva della società di giustizia benessere pace; della tensione che anima l’uomo, la speranza; la proiezione «altrove» perché qui ancora non è possibile, dominando la società ingiusta. Proiezione qui corroborata dall'attualità: c’è, già esiste; non ancora qui ma altrove; perciò è possibile, non è totalmente negata all’umanità; è da costruire.

     

    L'immaginario utopico

     

    Il mito appartiene di per sé all'immaginario, anche se ha una forte valenza entitativa, in quanto è supposto essere; e una valenza popolare, appartenendo al patrimonio di un popolo, o anche di una cultura e civiltà; e, nel nostro caso, dei miti utopici, una valenza etica e socio-politica, del dover-essere di una società, di ogni società; in cui sono contenute le sue aspirazioni, anche le più alte.

     

    E però a un certo punto il mito trapassa nell'immaginario politico; ad esempio in Evemero (340-260 a.C.) la cui isola di Panchaia – che si troverebbe nell’Oceano a est dell’Arabia, a più giorni di navigazione – e in essa la città di Panara, ha un ordinamento di origine divina, anche se di re che solo in seguito, per la loro superiore forza e ingegno, furono venerati come dei; e sono Urano, Crono, Zeus. E quest'ordinamento Evemero ricostruisce, ed è un progetto di città, di società, un'utopia. Progettazione che già si era sviluppato in Grecia con Ippodamo di Mileto, con Falea di Calcedonia e soprattutto con Platone; e ha poi una fase stoica che con Giambulo raggiunge il progetto forse più equilibrato.

     

    Utopia è la parola introdotta da Thomas More per la sua isola (com'è detto nel titolo, Dell'ottima forma di stato e della nuova isola Utopia) e però passa poi a indicare universalmente il progetto politico-utopico di un autore. Utopia significa non-luogo, e dunque società che non esiste: o meglio che non esiste ancora perché è la società buona, giusta (dovrebbe chiamarsi eutopia, dice l'exastichon, i sei versi che stanno tra i materiali introduttivi dell'opera di More), mentre ovunque nel mondo domina il blocco della società ingiusta; è la società di giustizia, benessere, pace verso di cui l'umanità è protesa.

     

    Utopia passa quindi a significare il progetto di società di un autore, un progetto positivo e costruttivo che mira alla sua trasformazione, mira a sottrarla al blocco della società ingiusta, a farne appunto una società di giustizia. Perciò un progetto immaginario ma non solo, perché occorre che sia creativo, costruttivo del complesso edificio dello Stato; ricco di creatività in tal senso. E ancor più ricco di eticità nel senso anzitutto dei doveri dello Stato; che salvaguardi la dignità e il diritto della persona umana, del cittadino; il quale è l'unico originario principio di diritto; mentre il diritto dello Stato, il suo potere di legge e di coazione, si forma per una cessione di diritto del cittadino in ordine alla sua propria tutela e promozione.  Come spiega Beccaria, meglio di Rousseau, il quale pretende che il cittadino ceda tutti i suoi diritti a costituire quella ch'egli chiama volontà generale; cosa impossibile perché il cittadino è un ente di diritto e non può non essere tale. Dice bene Beccaria, ch'egli cede solo una parte dei suoi diritto, una piccola parte (Dei delitti e delle pene, § 2).

     

    L'utopia come progetto politico di un autore, come profilo della nuova città di giustizia benessere pace, dopo More e al suo seguito si sviluppa mirabilmente e percorre la modernità sino almeno alla metà del 900; complessivamente, i progetti sono più di 300. Una mirabile fioritura, un tentativo inesausto di capire come dovrà essere la nuova città, il nuovo Stato; mentre, con le rivoluzioni moderne, l'inglese del 1640 e la francese del 1789, il modello monarchico-aristocratico si dissolveva, si affermava la sovranità popolare, si diffondeva il nuovo modello politico, costituzionale e repubblicano.

     

    La gran mole dei progetti degli autori presenta certo delle varianti: vi sono progetti costruttivi autentici, innovatori, progetti conservatori, progetti distopici nei quali permane la società perversa, progetti ludici. Mole e varietà portano assai presto al concetto corrente di utopia come progetto fantastico e irreale, come sogno e chimera, portano al “bello ma impossibile” di cui abitualmente si dice: «è un'utopia». Portano al disprezzo dell'utopia tuttora prevalente.

     

    Tra i demolitori del preteso progetto fantastico ci sono anche Marx ed Engels nel Manifesto; anche se essi esprimono un certo apprezzamento per i maestri del primo Ottocento – cioè Saint-Simon, Fourier, Owen, «gl'ingegneri sociali» – cui attribuiscono una certa immaturità dovuta al fatto che il grande portatore storico del cambiamento, il proletariato, non s'era ancora ben definito. E però il loro rifiuto dell'utopia come fantastica ha influito molto sul generale disprezzo.

     

    V'è tuttavia in quelle pagine una fondamentale osservazione circa i progetti degli autori; e cioè, essi dicono, tali progetti non possono trasformare la società; solo un movimento di popolo portatore di un progetto autentico può trasformarla. Un'osservazione profondamente vera, che però non diminuisce il significato e valore storico dei progetti degli autori com'espressione della tensione umana verso la società di giustizia, il loro apporto d'idee e di speranza, d'intima forza. Se si legge, ad esempio, anche solo un passaggio di Moro: «Dove i possessi sono privati, dove tutto si misura col denaro, lì difficilmente potrà mai accadere che un regime si comporti secondo giustizia e prosperità; a meno che tu ritenga si agisca secondo giustizia là dove le cose migliori vanno ai peggiori, o secondo prosperità là dove tutto si divide tra pochissimi, e neppure questi possono dirsi pienamente a loro agio mentre tutti gli altri giacciono nella completa miseria. [...] Sono profondamente convinto che i beni si potranno distribuire secondo ragione dì giustizia e di eguaglianza, che i problemi degli umani si potranno affrontare felicemente solo eliminando affatto la proprietà. Finché essa rimane, graverà sempre sulla parte di gran lunga maggiore e di gran lunga migliore dell'umanità [che è il popolo] il peso dell'indigenza, il fardello angoscioso e inevitabile del dolore» (Utopia,ediz. Yale, pp. 102-104).

     

    Il blocco storico millenario della società ingiusta è stato infranto dalle rivoluzioni moderne, che hanno anche impostato i principi e le linee costruttive di una società di giustizia, la cui realizzazione è tuttora in corso tra difficoltà anche gravi; non può essere diversamente, mentre errano coloro che di fronte ad una divergenza, una deviazione, una stasi, subito gridano alla fine della democrazia o al crollo della Sinistra. Tre sono i modelli finora impostati: il modello democratico o di sovranità popolare, la sola forma di Stato giusta; il modello di Stato sociale e dei servizi e del benessere (lo Welfare State;errano gravemente i politici che privatizzano i servizi, trasformandoli così in fonte di profitto per il capitale); il modello della grande comunità planetaria, appena abbozzato nell'Onu.

     

    In tutto questo i progetti degli autori, il loro immaginario nutrito di creatività, di eticità, di speranza, di volontà di trasformazione, hanno dato un contributo prezioso che a noi ancora serve per la realizzazione del progetto dell'umanità: una società di giustizia, benessere, pace.

     

    Riferimenti bibliografici

     

    Colombo A., 1978, Le società del futuro. Saggio utopico sulle società postindustriali, Dedalo, Bari.

    Arrigo Colombo  "Trilogia della nuova utopia"

    Id.., 2014, La Nuova Utopia. Il progetto dell’umanità, la costruzione di una società di giustizia, Mursia, Milano.

    Id., 2015, La società̀ di giustizia. Ciò che l’umanità ha progettato nel tempo e ciò che sta costruendo, Mursia, Milano.

    Id., 2015, La Chiesa. La sua defezione dal progetto evangelico di comunità fraterna e dal progetto e processo di liberazione dell’umanità, Mursia, Milano.



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