• Home
  • Revue M@gm@
  • Cahiers M@gm@
  • Portail Analyse Qualitative
  • Forum Analyse Qualitative
  • Advertising
  • Accès Réservé


  • Questions de genre dans les communications scientifiques
    Mabel Franzone et Orazio Maria Valastro (sous la direction de)

    M@gm@ vol.15 n.3 Septembre-Décembre 2017





    LA NEGAZIONE DELLA DIFFERENZA DI GENERE COME FORMAZIONE DISCORSIVA DEL DOMINIO MASCHILE NELLA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA: COMPARAZIONI DIACRONICHE, DECOSTRUZIONI PERFORMATIVE E PERCEZIONE SOCIALE DEL FENOMENO

    Valeria Salanitro

    valeria.salanitro@libero.it
    Sociologa, giornalista e ricercatrice, laureata in Scienze sociali, Università degli Studi di Palermo.


    Artemisia Lomi Gentileschi (Roma 1593 – Napoli 1654)
    Autoritratto come martire femminile - Collezione privata

    1. Introduzione

     

    Le dicotomie prodotte da un eterno dualismo ontologico e figlie altresì di un determinismo biologico riduzionista e al contempo evoluzionista, hanno da sempre dominato l’immaginario Occidentale/Universale e categorizzato aprioristicamente la realtà concepita in senso ipostatico e referenziale. La distinzione biologica, ad esempio, tra maschile e femminile, dicotomia alla quale corrisponde, tra l’altro, quell’identità monadica data dalla corrispondenza biunivoca tra sesso e genere è sempre stata portatrice di “naturalizzazioni” altre e istituzionalizzazioni “archeologiche/genealogiche”. L’uso retorico della differenziazione di genere, in termini oppositivi, e al contempo, come vedremo, la negazione della medesima, connota ogni atto discorsivo e pratica sociale, incrementando di fatto asimmetrie e gap di genere all’interno dei più disparati universi e, nel caso di specie, della comunicazione/ricerca scientifica e del mondo accademico in generale.

     

    Il processo di esclusione delle donne e il Gender gap, presenti in ogni fatto/microcosmo sociale, connotano, infatti, oggi più che mai, la cosiddetta società post-moderna. Il fenomeno, però, era già presente nel IV secolo d. C. Le donne, infatti, all’interno della comunità scientifica, hanno sempre dovuto lottare per essere riconosciute. Le donne di scienza sono sempre state oggetto e, anche se meritevoli in passato, raramente soggetto di scienza, poiché gran parte di esse rinunciavano  alla carriera scientifica. Il mondo della ricerca, oggi, così come nel passato, dunque, non è esente dal Glass ceiling (soffitto di vetro). Molteplici le barriere che determinano eterne politiche di esclusione delle donne dalle più disparate attività, ivi comprese, la pratica della ricerca e della produzione scientifica. Ieri come oggi, insomma.

     

    La prima scienziata della storia, vittima di ostracismo, fu Ipazia di Alessandria (370-415 d. C.), Astronoma e Filosofa. Figlia del matematico e filosofo Teone, fu perseguitata dalla Chiesa fino alla morte, in nome della sua passione per la scienza, la libertà e la ricerca di verità. Contraria al modello Geocentrico di stampo Tolemaico e a favore del modello Eliocentrico, fu accusata di empietà e stregoneria. Per questo, in seguito, uccisa dai monaci. Ma sono molteplici le figure di donne del passato sconosciute al grande pubblico e i cui contributi scientifici, pur essendo fondamentali, sono nascosti tra le piaghe di una storia sempre più androcentrica. Da Grace Murray Hopper (matematica e informatica sviluppatrice del linguaggio di programmazione Cobal), a Elizabeth Lee Hazen e Rachel Fuller Brown (le chimiche che identificarono l’antibiotico nistatina), passando per Maria Telkes (biofisica ungherese, pioniera nell’uso dei pannelli solari) e Stephanie Kwolek (chimica statunitense inventrice del Kevlar). Anche la Sicilia ebbe una figura scientifica femminile eminente, Pia Nalli, matematica palermitana nata nel 1886 e scomparsa nel settembre del ‘64, prima donna a ottenere una cattedra universitaria di ruolo, ma che subì isolazione e discriminazione. Nonostante la valente produzione scientifica, non ricevette mai alcun riconoscimento e le difficoltà di essere donna in un ambiente fondamentalmente maschile, la segnarono profondamente. Oggi, molte donne hanno raggiunto traguardi importanti ed hanno altresì conquistato un posto all’interno del mondo della ricerca, ma le rilevazioni statistiche affermano che il gap tra uomini e donne è sempre più marcato. Secondo, She figures 2015 [1], rapporto redatto dalla commissione europea con scadenza triennale, concernente i dati relativi alle università italiane, siamo in presenza di una segregazione orizzontale, poiché vi è una netta sottorappresentanza delle donne nel settore scientifico tecnologico (49,5% area scienze umanistiche – 26% ingegneria e tecnologia). Si aggiunge una segregazione verticale, le donne, infatti, restano ai piani bassi della gerarchia accademica bloccate da una barriera invisibile (glass ceiling). Tale fenomeno, viene denominato, leaky pipeline, letteralmente “tubo che perde”. Secondo il rapporto Opinion Way, indagine internazionale sul tema, il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati assegnati ai soli uomini e solo l’11% degli incarichi accademici è occupato da scienziate in occidente. Ciò, dicono gli analisti, è determinato dal pregiudizio di genere che, in Italia, è ben superiore alla media europea con il 70% del campione [2]. A cosa è imputabile tale asimmetria? Esistono delle strategie di controllo sociale che si attivano anche nella comunicazione scientifica? Siamo in presenza di una formazione discorsiva? Potere e sapere, si intrecciano nel campo comunicativo della ricerca creando politiche di esclusione sociale e sottendono altresì la natura maschile del Discorso accademico?

     

    2. Oggetto d’indagine

     

    Il presente contributo si prefigge l’obiettivo di investigare e problematizzare la questione del genere nell’ambito della comunicazione scientifica, ponendosi come oggetto di analisi la decostruzione/ricostruzione del “testo discorsivo/sapere” all’interno del quale si colloca il gap tra maschile e femminile, ponendo l’accento sui processi di oggettivizzazione delle medesime etichette nell’ambito della ricerca, soffermandosi sull’uso politico e retoricamente indifferente, di queste, che viene puntualmente impiegato dal mondo della scienza. L’obiettivo del seguente lavoro è, infatti, enucleare la natura socialmente costruita del genere e rilevare empiricamente il senso latente di simili costruzioni, soffermandosi sulla natura plurale del discorso accademico e sulle politiche di esclusione attivate dal discorso scientifico. L’indagine vuole rispondere a una serie di postulati. Dopo una breve rassegna concernente l’analisi della questione di genere nell’ambito della comunicazione scientifica, con particolare riferimento ai molteplici casi studio di gender gap presenti nella storia e dopo una comparazione metastorica/diacronica tra la condizione della donna nell’ambito della ricerca scientifica, in termini di produzione, nel passato rispetto alla odierna società, il presente contributo risponde, infatti, ai seguenti quesiti: la natura socialmente costruita del genere viene apparentemente naturalizzata e si ricorre nel discorso scientifico, dunque, all’uso mitico delle categorie maschile e femminile, per celare l’ennesimo dominio maschile, nonché estrinsecazione del potere del sapere all’interno della comunità scientifica? La negazione della differenza di genere, concepita come escamotage/dispositivo mediante il quale ottemperare ai ruoli socialmente istituiti, cela l’istituzionalizzazione di politiche di esclusione sociale?

     

    L’indagine si inserisce all’interno di una macrocornice decostruzionista e afferisce ai saperi socio-antropologici del genere, nonché all’analisi del discorso, così come elaborata dal filosofo Michel Foucault, a tenore del quale: «La disciplina è principio di controllo della produzione del discorso. Essa fissa dei limiti col gioco di un'identità che ha la forma di permanente riattualizzazione delle regole» [3]. Riconoscendo la natura socialmente costruita del genere, così come definita da Simone de Beauvoir, in Le deuxiéme sexe [4] (1949) e rivelata, ponendo l’accento sui processi di influenza sociale nella costruzione del maschile e del femminile e sulla natura altresì costruita della differenza tra le due etichette, il seguente lavoro vuole riconoscere i taciti processi di controllo del discorso e dunque dell’altro, aderendo all’idea proposta da Pierre Bourdieu nel saggio etnografico Il Dominio Maschile (1999). Effettuando un’etnografia tra i berberi di Cabilia in Algeria, il sociologo francese, si interroga sull’ordine simbolico su cui si fonda la cultura Cabila. Egli scopre, che questa e non solo, è organizzata intorno alle opposizioni Maschile e Femminile e che attraverso le medesime si categorizza il mondo. Dietro a tali schemi, secondo Bourdieu, naturalizzati come differenze di natura, vi è il rapporto sociale di dominio che si è affermato storicamente e si mantiene costantemente. Le due categorie di genere sono, infatti, presunte strutture oggettive della realtà. La differenziazione di genere è, secondo l’autore, una costruzione sociale arbitraria perseguita attraverso la riproduzione di schemi di pensiero che oppongono maschile e femminile [5]. Bourdieu indaga sui processi di sottomissione delle donne e il presente studio, vuole rivelare le modalità procedurali dei processi di esclusione delle medesime dalla comunicazione scientifica, come effetto della violenza simbolica individuata dal sociologo e intesa, come forma di controllo e sottomissione, che si esercita in modo invisibile “essenzialmente attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza” [6].

     

    Per concludere la disamina con un risvolto empirico a conferma/ disconferma degli assunti individuati inizialmente e cioè: la negazione della differenza di genere nella comunicazione scientifica intesa come formazione discorsiva mediante la quale attuare politiche di controllo e di esclusione delle donne dal Discorso scientifico, l’indagine vuole dimostrare attraverso tecniche di rilevazione quali-quantitative (analisi della produzione scientifica/questionari - interviste semi-strutturate- analisi del contenuto), concernenti il tema di cui sopra, e rivolte a un campione stratificato di ricercatori scientifici, se vi è convergenza di pensiero, azione e percezione del fenomeno così inteso. Per intenderci, la differenza di genere è celata, ma sottende delle pratiche di esclusione realmente? Se sì, come? Quali sono gli effetti sociali di simili pratiche? Che dati emergono dalla comparazione effettuata tra l’analisi della produzione e percezione del gap di genere nella comunicazione scientifica? Possiamo asserire che il paradigma scientifico abbia un dominio maschile? Il seguente contributo si conclude attraverso la presentazione dei dati raccolti.

     

    3. Dicotomiche differenze e corrispondenze biunivoche: maschile / femminile, genere/sesso

     

    Il reiterato processo di socializzazione biologica e biologizzazione del sociale, parafrasando Pierre Bourdieu, ha origini evoluzionistiche. I prodotti derivati dal paradigma meccanicistico della scienza e dal determinismo culturale e biologico, di stampo meramente etnocentrico, hanno determinato l’istituzionalizzazione delle categorie linguistiche, ma altresì ontologiche, di maschile e femminile e, conseguentemente, l’attivazione di pratiche esclusiviste o retoricamente inclusiviste delle donne, nella vita in generale, ma, nel caso di specie, nella comunità scientifica.

     

    Ai medesimi costrutti ideologici legati alla dialettica del sapere/potere, corrispondono, infatti, i molteplici processi di categorizzazione cognitiva e concreta, della realtà fattuale, rappresentata mediante le medesime categorie aprioristiche. La dialettica oppositiva, che decretava l’esistenza del soggetto in quanto res cogitans e che sanciva, altresì, non solo processi di oggettivazione del soggetto, ma dava ampio margine alle differenziazioni sessuali tra gli individui, subordinata alla corrispondenza biunivoca che vi era tra identità sessuale e identità di genere, nonché a una concezione monadica dell’identità, intesa ora come unità, come idem piuttosto che ipsem; era il prolungamento di un certo strutturalismo e formalismo linguistico, ma ancor prima scientifico.

     

    Le etichette, alle quali si attribuiva funzione meramente referenziale e denotativa, di maschile e femminile, non solo contribuivano a determinare spazi sociali e ordini simbolici, ma naturalizzavano, di fatto, processi di costruzione identitari messi in atto, nel corso dei secoli e a partire dalla nascita della scienza moderna, di processi di oggettivazione culturale del soggetto e di pratiche reificanti la monadicità identitaria del medesimo.

     

    La separazione tra natura/cultura, astratto/concreto/, deviante/normativo, ha attivato, a partire dalla rivoluzione scientifica, un graduale processo di “generizzazione della scienza” e della realtà circostante. Processi di riconfigurazione identitari producevano essenzializzazioni dell’Altro generalizzato, in tutte le società.

     

    Donne e uomini, e il loro corrispettivo processo di identificazione del sé, passavano dalle trame narrative degli ordini scientifici e dottrinali che ne determinavano le sorti sociali, mediche e politiche. Alle pratiche discorsive all’interno delle quali collocare il corpo biologico corrispondeva, altresì, il medesimo processo attributivo simmetrico e biunivoco tra sesso e genere. Determinato dai tratti somatici e biologici il primo e subordinato ai medesimi il secondo, la cultura scientifica occidentale “era” dominata da questo ordine costituito. Il processo di costruzione performativa della realtà identitaria nella pratica scientifica, direttamente proporzionale all’ideologia di genere che, per una pluralità di precondizioni stereotipiche e pratiche di controllo sociale istituite dal dominio maschile occidentale, ma non solo, ebbe origine, però, in età platonica e baconiana.

     

    Il rapporto simmetrico tra identità sessuale/genere e sapere, conoscenza scientifica, dunque, l’idea che vi fosse un rapporto proporzionale tra le metafore corporee e sessuali e la scienza, intese qui come prodotti di un modello dominante maschile, affonda le radici nel Simposio Platonico e, come noto, nella trattazione aristotelica più misogina che esista.

     

    Come osserva Evelyn Fox Keller in Sul genere e la scienza. É possibile liberare la scienza dal dilemma maschile e femminile? (Garzanti, 1987) fu Platone [7], nella sua epistemologia del sesso e della conoscenza, a rintracciare la dialogicità che lega l’eros omosessuale alla conoscenza, dunque al paradigma scientifico. La formazione discorsiva prendeva origine in quel tempo, quando Bacone, rifiutando la concezione astratta ed erotica della conoscenza, attribuisce un potere alla scienza maschia. La dialettica del rapporto tra natura, concepita come femminile e l’uomo, rappresentante la mente scientifica, istituisce il maschio virile, utile e generativo. Anche per Bacone, infatti, la scienza deriva da una metafora sessuale, e nello specifico, da un rapporto eterosessuale non omoerotico, come in Platone. La natura diventa femmina, perché addomesticata dall’uomo e solo allora, quando la mente umana si asserva a Dio, diviene scienza maschile.

     

    L’indagine sociologica e scientifica condotta da Fox Keller, ci permette di decostruire queste categorie dominanti del paradigma scientifico. Secondo la scienziata infatti, ancora oggi, assistiamo alla sempre più marcata polarizzazione del femminile vs maschile, della generizzazione sistemica della scienza a causa di un sistema di credenze che viene reiteratamente supportato, disciplinato, naturalizzato da una innumerevole presenza di pratiche ed espressioni stereotipiche e pregiudizievoli legate al mondo maschile e femminile, deterministicamente intesi, frutto di processi mnestici e socialmente costruiti e interiorizzati, di associazioni e dissociazioni che la mente umana compie continuamente e che attribuisce, grazie al paradigma scientifico, un ruolo subordinato alla donna, poiché notoriamente associata alla debolezza, alla soggettività, all’intuito e alla natura e, per contro, al maschile, l’obiettività, il raziocinio, e l’intelletto.

     

    Secondo la scienziata, infatti, gli stereotipi che dominano l’ideologia di genere nella scienza sono due: il primo legato alla coincidenza tra mascolinità e oggettività (scientifica) contro la femminilità associata alla soggettività; e il secondo, invece, è quello che individua nella scienza un’attività umana radicalmente anaffettiva priva di connotazioni emotive e personali, e perciò “oggettive”, in contrapposizione alle attività creative e artistiche nelle quali è, invece, comunemente ammesso che il soggetto “esprima se stesso” [8]. Il punto focale su cui verte l’indagine empirica della Fox Keller è che il processo di costruzione della polarizzazione delle categorie maschile e femminile fosse, di fatto, nato con la rivoluzione scientifica moderna. Le donne, infatti, divennero succubi del modello culturale occidentale, con l’avvento del paradigma della razionalità che determinò l’esclusione progressiva delle medesime dal mondo accademico. I modelli meccanicistici della rivoluzione capitalistica, afferma Keller, contribuirono a istituzionalizzare le polarità M e F e diedero vita all’ideologia del genere. Occorre definire, ribadisce la scienziata, che vive in prima persona il disagio esclusivo delle pratiche accademiche, scienza, come: «Il nome che diamo a un insieme di pratiche e a un corpo di conoscenze delineate da una comunità e non semplicemente definiti da un’esigenza di coerenza logica e di verifica sperimentale. Allo stesso modo, “maschile” e “femminile” sono categorie definite dalla cultura e non dalla necessità biologica. La donna, l’uomo e la scienza, sono creati, assieme, da un complesso dinamico di forze cognitive ed emozionali e sociali» [9]. Le dinamiche relative ai processi di facimento e disfacimento del genere hanno, pertanto, contribuito a incrementare la linea di demarcazione tra le identità di genere e la scienza.

     

    4. Anacronistiche negazioni della differenza di genere nella comunità scientifica

     

    Le politiche di costruzioni identitarie e il paradigma dominante della cultura scientifica occidentale hanno da sempre attuato pratiche di esclusione, nei confronti delle donne, e non già e solamente, all’interno della comunità scientifica, ma altresì, attraverso un più ampio dispositivo di controllo sociale attuato dal potere clericale e prima ancora dal monachesimo, a partire dal IV secolo, periodo in cui la liminarità delle donne all’interno delle istituzioni ecclesiastiche si ripercuote altresì sull’esclusione delle medesime dalle istituzioni accademiche e scientifiche.

     

    Come osserva lo storico David Doble, il processo di esclusione delle donne dal mondo della scienza, avviene a causa della cultura clericale e del mito dell’ascetismo androgino dei monaci che, proprio a partire dal IV secolo e in seguito della restaurazione scientifica e clericale avvenuta tra il settecento e l’ottocento, estendono i precetti legati al celibato e alla demonizzazione delle donne, tipici del mondo ecclesiastico, alla cultura scientifica dominante.

     

    Se è vero che Ipazia di Alessandria, fu il caso emblematico di persecuzione femminile ed esclusione delle donne dal mondo scientifico, secondo Doble, la ricostruzione dell’assoggettamento delle donne attuata dalle istituzioni ecclesiastiche prima e in seguito scientifiche, segue il medesimo ordine cronologico, poiché i modelli, checché se ne dica, si influenzarono vicendevolmente, al punto che gli uomini di scienza della Royal Society divennero dei perfetti celibatari durante la rivoluzione scientifica. Le pratiche di negazione della differenza di genere, che come vedremo connotano, ancora oggi, la percezione sociale del ruolo delle donne nella comunità scientifica, seguivano perfettamente gli stessi ideali e il medesimo ordine, apparentemente neutrale, degli attuali paradigmi scientifici.

     

    A partire dal primo millennio dell’era cristiana, scrive Doble, non vi erano processi esclusivi ed etichettamenti delle donne, anzi, la pratica del celibato non esisteva e i sacerdoti erano pastori sposati. Poteri legati al mondo delle sacre scritture erano concessi alle donne, molte furono le badesse dell’epoca. Successivamente, con l’ampliamento del potere ecclesiastico e con l’influenza delle autorità sacre durante l’Impero Romano d’Oriente, gli imperatori, invece, Tertulliano in primis, equiparavano le donne al male di vivere, se non alle proiezioni terrestri del diavolo in persona. Il processo di emancipazione femminile, se così si può dire, legato al mondo della chiesa e ai consequenziali processi di assoggettamento, li ritroviamo sempre grazie ai movimenti settari anti-ecclesiastici. In contrapposizione all’ordine gesuita di molti ordini religiosi, nascevano ordini di monaci agostiniani, concepiti come eretici, perché professavano l’ascetismo celibatario. I monaci, credevano nell’uguaglianza di genere, donne e uomini erano, indistintamente, e spiritualmente, figli di Dio. Nacquero così, i primi monasteri misti, in tutta Europa. A partire dal IV secolo, però, assistiamo alla “militarizzazione” del monachesimo prima, e all’esclusione progressiva delle donne dal mondo ecclesiastico e scientifico. Non solo le donne erano bandite da ogni ruolo sociale, se non la stereotipata e normalizzatrice identità vestalica alla quale era deputata, in vista del processo di angelizzazione virginea, operata dalla chiesa, ma era sempre esclusa dalle pratiche educative e dal mondo accademico in generale. A partire da quella data, infatti, i retorici processi di negazione della differenza che prevedevano l’inclusione della donna, erano solo, l’ennesimo dispositivo mediante il quale escludere le donne dal mondo in generale. Chiesa e scienza, infatti, vanno di pari passo. Le donne, finirono per vivere in “un mondo senza donne”, parafrasando l’autore. L’esclusione sociale delle medesime, avvenne, successivamente, durante il periodo della Riforma Protestante. La controriforma ecclesiastica finì per negare ancora una volta il ruolo delle donne, che dal Medioevo in poi, furono concepite all’interno di quel paradigma misogino aristotelico che dominava le scienze.

     

    Durante il Seicento, le donne furono concepite alla stregua delle streghe. Con la nascita dell’alchimia e della magia popolare, furono etichettate e perseguitate come streghe, dalla chiesa, ma anche dalla scienza. Furono, ancora una volta, movimenti non legati alle istituzioni ecclesiastiche e scientifiche a reintrodurle nel mondo sociale. Alchimisti, anabattisti, gensenisti, lollardi e settaristi anticlericali e antimonastici guidati da un risveglio religioso di tipo radicale, diedero pari dignità a uomini e donne. Si istituirono le prime donne profetesse, a loro era concessa la possibilità di professare le Sacre Scritture. Nel periodo compreso tra la Riforma e la Guerra Civile in Inghilterra, furono incluse nell’allora nascente riforma educativa e nel mondo para-accademico della filosofia naturale, ma furono sempre escluse, di fatto, da eventi e pubblicazioni accademiche. Solo nell’ottocento, riuscirono ad avere accesso all’istruzione superiore, ma anche qui, nasceva un modello scientifico dominato dalla cultura maschile. Anche quando le donne erano inserite nella comunità scientifica, venivano usate per legittimare le pratiche di controllo e assoggettamento messe in atto dalla chiesa e dalla scienza. Fu così, infatti, che con la nascita della comunità scientifica nell’ottocento, sebbene negli Stati Uniti vi fosse in atto la rivoluzione scientifica, anche i membri maschili della comunità, nonostante avessero prima preso le distanze dalla chiesa, in un secondo momento aderiscono al loro credo e finiscono per escludere le donne, riproponendo un modello misogino nella scienza moderna. Se gli ecclesiasti furono contro i filosofi ermetici e gli alchimisti, non si collocarono contro il modello meccanicistico delle scienze esatte e della matematica. Nacque in un simile contesto, il mondo senza donne.

     

    Fenomeno anacronistico e metalessico, dunque, a partire dal 1400, anno in cui Christine de Pisan, figlia di un medico umanista, narra del suo isolazionismo subito in ambito accademico.  Lei, esclusa da ogni forma di istruzione ufficiale, rimpiangeva di non essere stata uomo. Doveva imparare precetti impartiti da uomini e non poteva frequentare l’università in quanto donna.  Così scriveva in quel tempo: «siccome ero nata femmina, non potei ereditare ciò che gli altri attingono alla fonte preziosa (del sapere) in forza più dell’usanza che del diritto». Analogamente, nel 1834, in Inghilterra, Mary Somerville, insegnante di matematica e scienza naturale, pubblicava il suo libro, On the connection of the Phsycal Science. Fu nella recensione del medesimo testo che, per la prima volta, comparve il nome “scienziato” (attribuito a una donna). Le sorti di Mary evocano, però, nonostante l’apparente inclusione della medesima nel mondo scientifico, l’ennesima formazione discorsiva in atto che, al di là di ogni ragionevole dubbio, esclude, ancora una volta, la donna dalla scienza ufficiale, sia in termini spaziali, che sociali e accademici. Fu, infatti, autodidatta, vedova e inserita in quel momento storico in cui il paradigma scientifico fu caratterizzato da un graduale processo di professionalizzazione/industrializzazione del sapere; dal quale le donne erano, ovviamente, escluse. Condusse incarichi scientifici, divenne membro della Royal Astronomical Society, ma alla stregua dell’italiana Pia Nalli, subì pratiche di oggettivazione scientifiche. Il suo libro, testo obbligatorio all’università, in cui lei non poteva insegnare. Nella Hall della Royal Society, comunità scientifica sostanzialmente maschile, era stato collocato un suo ritratto, ma lei non poteva accedervi. In buona sostanza, nonostante furono in seguito ammesse le donne all’università, quello di Mary Somerville, fu un mondo scientifico senza riconoscimento e inclusione per le donne. La negazione della differenza di genere era l’ennesimo escamotage per attuare controllo sociale e marginalizzazione del “sesso debole”, così come era inteso dalla scienza, prolungamento dell’ideologia clericale [10].

     

    5. Per una performatività del genere

     

    L’uso politico e naturalizzato del genere, così come comunemente inteso dal mondo scientifico ed ecclesiastico e, quindi, la negazione “ufficiale” ma non “ufficiosa” del genere, ci permettono di scorgere la natura fallace di simili argomentazioni e gli esempi prima citati, accreditano ulteriormente l’idea che oggi, come in passato, le donne siano oggetti della medesima formazione discorsiva che, di fatto, sulla base di una simmetrica corrispondenza tra sesso e genere, ne determina l’esclusione normativa, nonché la consequenziale normalizzazione della negazione della differenza di genere come escamotage linguistico e narrativo, tipico dei discorsi e delle produzioni scientifiche che decretano l’ordine retoricamente sociale delle cose, celato da strategie narrative, tipiche del discorso, parafrasando Foucault, e mettere in scena rappresentazioni del sé.  Ma il genere, dunque, inteso in tal senso, sia come veicolo di identità biologica e finanche come costruzione sociale e culturale, produce il medesimo effetto esclusivista? Cioè, la negazione della differenza di genere proposta dalla scienza e dai paradigmi accademici crede quindi, che si possa parlare di uguaglianze non biologicamente determinate o usa simili concetti per portare avanti l’ideologia di genere?

     

    L’idea che il genere sia una costruzione sociale e che non vi fosse una corrispondenza diretta tra sesso e genere sono alcuni degli assunti della Teoria Gender, proposta nell’ambito dei Queer Studies e Gender Studies, intorno alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta, collocati nell’era post-strutturalista e decostruzionista. L’epoca post-femminista, decretava la fallacia del genere. In realtà, ciò avvenne, trent’anni prima, quando, il concetto fu introdotto negli anni sessanta dai medici statunitensi R. Stoller e J. Money del Johns Hopkins Hospital di Baltimora per distinguere l’orientamento psicosessuale (gender) di una persona, dal suo sesso anatomico (sex). Chiamati a determinare chirurgicamente il sesso di neonati o di adulti anatomicamente ermafroditi, essi tendevano a farlo in conformità delle aspettative dei genitori oppure ai ruoli sociali che erano abituati a svolgere. Ad ogni modo, in termini indipendenti dal dato biologico [11].

     

    Questi dati affermano che parlare di mancata differenza di genere da parte delle teorie filosofico/politiche e socio- antropologico contemporaneo, non significa avallare l’uso retorico e apodittico che in realtà viene fatto, oggi, come ieri, dal mondo scientifico.

     

    In effetti, lo preannunciava già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Le deuxième sexe (Gallimard ed. [12]). Famoso il monito a tenore del quale: “Donna non si nasce, ma si diventa”. Nella sua lunga trattazione, Simone de Beauvoir, decostruiva i processi di assoggettamento attuati dal mondo scientifico nei confronti della donna e, proprio nella prima sezione del testo, svela il mito biologico della donna, raccontando i molteplici atti di oggettivazione culturale di cui fosse vittima il “secondo sesso”. La definizione culturale di genere proposta dalla “madre” del femminismo francese, fu seguita da una definizione di donna al femminile che in realtà, secondo gli studi più recenti sul tema, disegnavano la donna come subordinata all’Altro. De Beauvoir, definiva la donna come un soggetto creato dal maschile. Lei era, perché non era uomo, bensì Altro dall’uomo. Il gioco degli specchi relativo al processo di identificazione del genere, finì per sollevare delle critiche nel confronto del suo pensiero, che veniva adesso mostrato come affetto anch’esso da eterne dicotomie oppositive di matrice cartesiana, attribuibile alle moderne teorie femministe.

     

    Ad ogni modo, De Beauvoir, ebbe il merito di decostruire per la prima volta la logica maschile dominante dell’epoca. Infatti, diceva: «Anche la rappresentazione del mondo come il mondo stesso è opera degli uomini, i quali lo descrivono dal proprio punto di vista, confondendolo dal proprio punto di vista» [13].

     

    Dieci anni prima, un’altra donna di scienza, Margaret Mead, pubblica le sue ricerche etnografiche, in un clima caratterizzato dal determinismo/funzionalismo scientifico, dedicate alla decostruzione del genere. In sesso e temperamento (Sex and Temperament, 1930) [14], l’antropologa ripropone i dati raccolti sul campo durante la ricerca condotta presso tre gruppi di popolazioni “primitive” della Nuova Guinea. Mead rivela sin da subito i quesiti che la condussero ad analizzare le corrispondenze tra sesso e comportamento sociale. Si chiedeva: come venissero considerate le differenze di genere e i ruoli sessuali nelle comunità degli Arapesh, Mundumugor e presso i Ciambuli. Ebbene, l’antropologa dimostra che, presso le comunità oggetto delle indagini, ma anche nella nostra società come vedremo, le differenze dei ruoli sessuali sono un fatto prettamente culturale. Nelle popolazioni da lei studiate, infatti, non esistono differenziazioni di genere, ma nello specifico, gli attributi caratteriali legati a stereotipi di genere, vengono decostruiti con grande abilità. Gli uomini e le donne, scrive l’antropologa, specialmente presso gli Arapesh, si comportano nello stesso modo, sono pacifici, gentili, remissivi e materni. 

     

    Al contrario, presso i Mundumugor, le caratteristiche tipiche maschili, come l’aggressività, l’audacia, vengono attribuite anche alle donne. Di fatto, asserisce la scienziata, le donne miti, docili e pacifiche, vengono qui definite come devianti. Al contrario, presso i Cimabuli, uomini e donne, presentano differenze di genere invertite, le donne governano e spetta loro l’iniziativa sessuale, gli uomini hanno un ruolo passivo. Anche nel 1949, l’antropologa decostruisce la dicotomia maschio e femmina. In Maschio e Femmina, infatti, la ricercatrice, studiando 7 popolazioni dei mari del Sud e comparandole con la società americana scopre che le differenze di genere legate al sesso rispondono a criteri di utilità politica e ne svela la natura culturale: «si potrebbe senz’altro ammettere che un maschio balinese non ha quasi peli sul petto. In tal senso, se paragonati agli europei sarebbero “effeminati” e le donne balinesi hanno fianchi stretti e seni piccoli, quindi, avrebbero un aspetto poco femminile. Dobbiamo, forse concludere, che gli uomini sono meno maschili e le donne meno femminili? In realtà i tratti somatici non compromettono affatto la mascolinità/femminilità [15]». Sebbene anche le ricerche etnografiche condotte nel 1998 da Pierre Bourdieu presso i Cabili di Algeria, attestassero la natura socialmente costruita del genere, riconoscendo il processo di interiorizzazione del ruolo sociale incorporato dalle donne della comunità cabila e per nulla legato a dati meramente biologici, come osserva il sociologo, infatti, ispirandosi alle prime idee femministe dell’epoca, non solo si costruiscono identità di genere in funzione del dominio maschile che governa l’intera società, naturalizzando attraverso strutture strutturanti la realtà oggettiva, ponendola come naturale, ma si costruisce l’intero ordine simbolico attraverso un’accettazione o riconoscimento del ruolo subordinato della donna, la quale, all’interno di un’economia simbolica, subisce questa violenza divenendo oggetto e riconoscendo supinamente tale dominio. Bourdieu ricorda che: «La divisione tra sessi (M e F) sembra rientrare nell’ordine delle cose […] La forza dell’ordine maschile si misura sul fatto di non giustificarsi: la visione androcentrica si impone in quanto neutra e non ha bisogno di enunciarsi […] La forza della socioidea maschile legittima un rapporto di dominio iscrivendolo in una natura biologica che altro non è per parte sua una costruzione sociale naturalizzata» [16].

     

    La definizione di incorporazione del genere in quanto habitus culturale sarà ripresa, per certi aspetti, dalla filosofa Judith Butler. Lodevole il contribuito di Butler in merito alla Teoria della performatività del genere, e sulle molteplici pratiche di decostruzione performativa messe in atto dalla studiosa nelle molteplici opere, Gender Trouble, soprattutto. La novità introdotta dalla filosofa foucoltiana ed anti-femminista verte proprio sulla definizione di sesso ripresa da Faucault e dalla decostruzione del termine genere. Criticando gli assunti del femminismo moderno, accusato dalla medesima per affermare negando le medesime pratiche di esclusione criticate dalle teorie moderne del femminismo, oltre che i processi di identificazione culturale costruiti dalla psicanalisi freudiana e lacaniana. Butler ricorda che sesso e genere sono inseriti all’interno di un regime di potere/sapere che costruisce all’interno di pratiche discorsive processi di costruzioni identitaria legati alla visione fallocentrica, androgina della cultura dominante e soprattutto al discorso deterministico dell’obbligatorietà eterosessuale. La normativizzazione del genere, passa, secondo la filosofa, da questi regimi di controllo che devono necessariamente controllare prima, e medicalizzare dopo quelle che in realtà sono le parodie sessuali “devianti”. Con Bourdieu, Butler, condivide l’idea che le istituzioni oltre ai discorsi, determinino le politiche di costruzioni identitarie degli individui e i molteplici processi di assoggettamento della donna. Rintracciando nella psicoanalisi, nel femminismo e nei modelli discorsivi scientifici, la genealogia del potere/sapere, relativa alla costruzione normativa del genere, Butler, riconosce il carattere dinamico e performativo del genere, che non p dato biologicamente, ma è tale perché si assiste a una istituzionalizzazione biologia del corpo. Rifiuta, infatti, l’innatismo di genere e ricorda che questo performativo perché: «è fabbricato attraverso una serie costante di atti, postulati attraverso la stilizzazione di genere nel corpo [17]».

     

    Obiettivo di Butler è infatti, denaturalizzare il genere che è, infine, performativo o formazione discorsiva perché: «l’atto del discorso è un atto di performance che agisce nel linguaggio […] Il genere è, dunque, una costruzione che regolarmente occulta la propria genesi è un atto ripetuto, che in quanto performativo, produce effetti [18]».

     

    6. Analisi empirica: percezione sociale della differenza di genere oggi

     

    Dopo avere decostruito la natura mendace del genere, inteso in senso deterministico, e dopo avere altresì esplicitato la fallacia della negazione di genere come ennesima formazione discorsiva e regime di potere/sapere in passato, il seguente contribuito vuole comprendere se, ancora oggi, nell’ambito della comunicazione scientifica, si assiste all’ennesimo processo di negazione di differenza che in realtà si traduce in politiche di esclusione della donna, sia in termini di produzione scientifica che, in generale, nei termini percettivi del fenomeno.

     

    La natura performativa del genere è ben presto dimostrata dai dati raccolti durante l’elaborazione del materiale prodotto durante la fase finale della ricerca.

     

    Dati

    Campione: 30 ricercatori indipendenti

    Tecniche di rilevazione: questionario/analisi delle corrispondenze

    Quesiti: 10 domande

    Tempi indagine: 1 mese

    Per investigare la dimensione percettiva del fenomeno, la seguente ricerca si è caratterizzata per l’impiego di tecniche di rilevazione qualitative e si tratta, nello specifico, di un questionario semi-strutturato, composto da 10 domande pertinenti ai fini dell’indagine. I quesiti, raggruppati per area tematica, vertevano sia sulle caratteristiche socio-demografiche del campione, che sugli atteggiamenti e le percezioni che i ricercatori descrivevano durante l’intervista.

    Il campione, che non vuole affatto essere rappresentativo, ma piuttosto sollevare dei dubbi e delle disquisizioni relativi al fenomeno oggetto dell’indagine, è composto da 30 ricercatori, 15 donne e 15 uomini, per lo più indipendenti, che hanno una regolare attività/produzione scientifica, con età compresa tra i 25/50 anni.

     

    A una prima analisi occorre riportare i seguenti dati emergenti. Alle prime domande relative alla produzione scientifica di opere (per rilevare i dati relativi alle discriminazioni presenti in fase produttiva) ben il 15% degli intervistati dichiara di avere pubblicato ricerche in cui si investigassero fenomeni legati, per alcuni aspetti, al mondo maschile (premi, scoperte, attività politiche, etc.). Il dato, relativo alla percezione delle disuguaglianze sui temi trattati è, dunque, correlato positivamente con i soggetti di sesso femminile, rappresentato qui dal 15% su un totale di 30, con un’età compresa tra i 28/30 anni.

     

    Correlazione negativa, invece, vi è tra la presentazione/accettazione di dati ai convegni. Alla domanda: “Hai presentato un paper in sede di convegno? Se sì, sei stata accolta/o, oppure, in seguito sono stati pubblicatigli atti?”. Le donne, rappresentate dal 15% degli intervistati, hanno risposto sì, ma hanno dichiarato che i propri progetti non sono stati pubblicati. Correlazione positiva, dunque, per il restante 15% degli uomini che partecipa attivamente ai convegni e pubblica di più.

     

    Altro dato significativo è rilevato dal quesito relativo alla percezione della negazione della differenza di genere. Alla domanda: “Le tue opere sono citate regolarmente oppure vi sono delle differenze tra i tuoi prodotti e quelli dei colleghi?” Le donne, con una percentuale pari al totale del campione (15%) dichiarano di avere difficoltà in tal senso. Nella produzione scientifica dominano le opere “al maschile”. Per contro gi uomini dichiarano di non avere mai avuto simili percezioni. Il soffitto di vetro si fa sempre più presente.

     

    Correlato positivamente con la variabile socio-demografica: uomo, ricercatore, di anni 30 è, invece, velatamente, ma poi non così tanto, l’idea che i contributi maschili abbiano maggior vigore e attenzione all’interno della comunità. Inoltre, il dato emergente relativo all’assenza di differenza di genere, all’interno di istituti prevalentemente maschili, le donne, per contro, affermano di percepire delle iniquità, in merito alle cariche, oltre che alla produzione scientifica.

     

    Alla domanda: “ Nel tuo ambito di ricerca lavorano più donne o uomini?” e al quesito relativo al presenziare in attività seminariali e corsi formativi, le donne non hanno dubbi: Uomini per il 15% al primo quesito e solo il 5% per gli uomini il loro gruppo di ricerca è composto da soli uomini. Le donne dichiarano di intervenire meno in attività scientifiche.

     

    Il quesito finale, verteva sui paradigmi di riferimento dei ricercatori e sulle figure tutoriali coinvolte nell’attività di ricerca. Le donne, dichiarano di essere meno coinvolte nella pratica formativa in ambito accademico, per una percentuale di 7, mentre gli uomini dichiarano all’unisono di essere interpellati.

     

    Il dato più rilevante, si coglie però, nel quesito relativo alla percezione del sé in abito scientifico: “Credi che la valorizzazione del tuo lavoro sia subordinata al tuo genere”? E poi: “Nell’ente con cui collabori, sono presenti più uomini o donne”?

     

    Il primo interrogativo trova risposta affermativa, solo le donne però lo ammettono e non tutte le componenti del campione, 7 su 15. Solo il 7%, forse per paura, benché i questionari fossero anonimi, dichiara di non sentirsi valorizzata nei progetti scientifici perché donna. Tutto il campione, però, risponde affermativamente alla domanda sulla struttura generale dei centri. Sia uomini, che donne lavorano, in egual misura, nei centri.

     

    Nelle risposte aperte, invece, importanti e reiterati usi del termine “femminile” e “differenze di genere” si presentavano per ben 10 volte, nei questionari femminili, e, sporadicamente, nelle risposte maschili, 5%. Il termine che ricorre maggiormente nelle risposte maschile è “scientifico”.

     

    Da dove derivano, allora, queste asimmetrie percettive? Pare proprio che, le differenze percettive esistano e siano, ancora una volta, celate dalla negazione della differenza di genere nella comunità/comunicazione scientifica. Il seguente contributo, lungi dall’essere esaustivo, vuole però porre l’accento sulla questione della negazione, come affermazione del dominio maschile nel mondo scientifico.

     

    Bibliografia

     

    AA.VV. S.Forni, C. Pennacini, C. Pussetti, Antropologia, genere, riproduzione. La costruzione culturale della femminilità. Carocci, Roma, 2006

     

     P. Bourdieu, Il Dominio Maschile, Feltrinelli, 1999

     

    J. Butler, Questione di genere, Laterza,  Roma-Bari, 2013.

     

     R. W. Connel, Questioni di genere, Il Mulino, Bologna, 2006.

     

     S. de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard,1949.

     

     M. Foucault, La storia della sessualità, Gallimard, 1976, Paris.

     

     M. Foucault, La volontà di sapere, trad. P. Pasquino e G. Procacci, Feltrinelli, Milano, 1978.

     

     M. Foucault, L’ordine del Discorso, Piccola Biblioteca Einaudi, 2004.

     

    L. Lombardi, Società, culture e differenze di genere, Franco Angeli, 2005.

     

    M. Mead, 2009, Sesso e Temperamento, Il Saggiatore.

     

    M. Mead, 1949, Maschio e Femmina, Mondadori.

     

    D.F. Noble, 1994, Un mondo senza donne. La cultura maschile della chiesa e della scienza occidentale, Bollati  Boringhieri, Torino.

     

     E. Ruspini, Le identità di genere, Carocci, Roma, 2005.

     

     L. Schiebinger, Has feminism changed science? Harvard University Press, 1999.

     

     J. Scott., Il genere un’utile categoria di analisi storica, in Paola Di Cori (a cura di) Altre storie. La critica femminista alla storia. Clueb, Bologna, 2000.

     

    Sitografia

     

    http//:ec.europa.eu.pub_gender_equality

     

    Opinion Way per la fondazione L’Oréal. Rapporto internazionale sul Gender gap, 2015.    www.fondationloreal.com/download.

     

    www.studiculturali.it tags: Teoria Gender, Judith Butler, Identità, Discorso, etc.

     

    www.treccani.it

     

    Rapporto Etan, altri documenti e informazioni relativi a progetti su donne e scienza sono rintracciabili sul sito del Community Research & Development Information Service Cordis. Http://cordis.europa.eu/improving/women/documents.htm.

    Note


    [1] Cfr. http//:ec.europa.eu.pub_gender_equality.

     

    [2] Cfr. Opinion Way per la fondazione L’Oréal. Rapporto internazionale sul Gender gap, 2015.    www.fondationloreal.com/download.

     

    [3] M. Foucault, L’ordine del Discorso, Piccola Biblioteca Einaudi, 2004, p. 18.

     

    [4]   Cfr. S. de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard, 1949.

     

    [5] Cfr. P. Bourdieu, Il Dominio Maschile, Feltrinelli, 1999.

     

    [6] Ibidem

     

    [7] Cfr. Fox Keller, E., 1987, Sul genere e la scienza. E’ Possibile liberare la scienza dal dilemma maschile e femminile?,Garzanti editore, Traduzione a cura di R. Petrillo., pp. 7-16.

     

    [8]  Ibidem

     

    [9] Ivi, p. 18.

     

    [10] Cfr. Noble, D., 1994, Un mondo senza donne e la scienza occidentale. La cultura maschile della Chiesa, Torino, Bollati-Boringhieri, pp. 200-201, 342-345.

     

    [12] Op. Cit.

     

    [13] Ivi, p. 17.

     

    [14] Mead, M., 1930, Sex and Temperament (trad. it. 2009), il Saggiatore.

     

    [15] Mead, M., 1949, (I Ed), 1991, Maschio e Femmina, Milano, Mondadori, pp. 122-123.

     

    [16] P. Bourdieu, 1998, pp. 16-32.

     

    [17] Butler, J., 1999, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, trad. Sergia Adamo, Editore Laterza, Roma Bari.

     

    [18] Ivi, p.198.

    Collection Cahiers M@GM@


    Volumes publiés

    www.quaderni.analisiqualitativa.com

    DOAJ Content


    M@gm@ ISSN 1721-9809
    Indexed in DOAJ since 2002

    Directory of Open Access Journals »



    newsletter subscription

    www.analisiqualitativa.com