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  • Journalisme narratif
    Orazio Maria Valastro - Rossella Jannello (sous la direction de)
    Numéro monographique publié avec le parrainage de l'Ordre des Journalistes de Sicile

    M@gm@ vol.13 n.1 Janvier-Avril 2015



    RIPORTARE AL CUORE LA NARRAZIONE

    Orazio Maria Valastro

    valastro@analisiqualitativa.com
    Sociologo e ricercatore indipendente. Ha fondato e dirige in qualità di direttore scientifico M@gm@, rivista internazionale di scienze umane e sociali. Dirige e conduce dal 2005 gli Ateliers dell'immaginario autobiografico, un progetto di animazione sociale e culturale che accompagna alla narrazione e alla scrittura di sé (Organizzazione di Volontariato Le Stelle in Tasca). Ha conseguito il dottorato di ricerca in sociologia presso l'Università Paul Valéry di Montpellier e si è laureato in sociologia presso l'Università René Descartes alla Sorbona.

    «C'è bisogno di riportare il cuore nella vita». Queste semplici parole di Tiziano Terzani, giornalista conosciuto e apprezzato a livello internazionale, ci danno il senso profondo dell'importanza che oggi prende su di sé il giornalismo narrativo rispetto alle pratiche che caratterizzano la cultura e la formazione professionale di chi fa informazione, favorendo una diversa narrazione del nostro mondo comune e degli spazi sociali che viviamo quotidianamente. Credo, infatti, che sia necessario, innanzi tutto, parafrasando le parole di Tiziano Terzani, riportare al cuore la narrazione, senza enfatizzare né sottovalutare la prospettiva sociale della comunicazione che restituisce all'emozione tutta la sua complessità vitale.


    Tiziano Terzani (1938-2005)

    Quando, insieme con la cara amica Rossella Jannello, abbiamo proposto un seminario sul giornalismo narrativo per la formazione professionale continua dell'Ordine dei Giornalisti di Sicilia, la mia stima e simpatia nei suoi confronti nasceva da un confronto comune sulla pratica della narrazione e della scrittura di sé. È sulla base di questa affinità che l'ho coinvolta nel progetto editoriale di un numero monografico dedicato al giornalismo narrativo, con il proposito di dare una continuità a quell'esperienza di seminario tenutosi nell'ottobre del 2014 a Catania. In questi mesi abbiamo collaborato per coinvolgere delle giornaliste e dei giornalisti partendo da un'idea molto semplice: sollecitare la narrazione di storie che ci parlano di persone e ci permettono di comprendere la realtà della vita che ci circonda, attraverso il racconto di una quotidianità che implica un punto di vista sul mondo, includendo una pluralità di prospettive, sociali e culturali, economiche e politiche.

    I contributi qui pubblicati sono un esempio rilevante di come riportare al cuore la narrazione individuando soggetti e tematiche diversificate, proprio a proposito del tema di fondo di questo numero monografico, proponendo un insieme composito di storie, di desideri e bisogni, di valori e principi, attraverso la pratica di una scrittura giornalistica che assume un ampio respiro narrativo e ci fa riflettere sul ruolo del giornalismo contemporaneo e sul suo stesso futuro. Ed è proprio questo, il senso del lavoro collettivo che sono felice e soddisfatto di pubblicare ed offrire all'attenzione delle nostre lettrici e lettori: volgere lo sguardo verso una nuova prospettiva alimentando quella ricerca personale e professionale sempre viva e presente, nonostante le difficoltà strutturali delle aziende giornalistiche e del mercato editoriale.

    Rendere conto delle relazioni tra gli individui e i gruppi, nei contesti sociali e culturali, economici e politici nei quali agiscono e si muovono, esige una ricerca che non è più soddisfatta dall'analisi di una verità individuata nei fatti da documentare, e il cercare questa verità in modo diverso, seguendo nuove prospettive, è un sentimento comune che credo possiamo tutte e tutti condividere. È la medesima consapevolezza che ci ha lasciato in eredità Tiziano Terzani nel suo testamento spirituale, Anam il senzanome, una famosa intervista rilasciata al regista e giornalista Mario Zanot nel maggio del 2004, due mesi prima della sua scomparsa.

    «Io capisco che mi si prenda per matto ... ma come, quello è il giornalista che ci ha raccontato ... gli è andato il cervello in acqua avrebbe detto mia madre ... non sono più quello, è ovvio, il tempo passa ... il giornalismo per me è stato importantissimo ma è stata una fase della mia vita, è stata la fase in cui cercavo la verità nei fatti, e poi a forza di cercare questa verità nei fatti mi sono reso conto che i fatti me la nascondevano a volte e che c'era un livello di verità al di là dei fatti, c'è una cosa più vera di tutti i fatti che al giornalismo non interessava, ed è così che fase in cui cercavo la verità nei fatti, allora non è che sono diventato matto, cerco sempre quella verità, la cerco da altre parti, non so se la trovo, ma soltanto il cercarla in maniera diversa da come ho fatto prima mi dà una grande soddisfazione.»

    Anam il senza nome voleva vivere come uno fra tanti, condividendo un sentire comune, non compiacersi di una realtà sociale e politica che apparentemente sembra a portata di mano, essere quindi uno fra i tanti in cerca. In tante e in tanti abbiamo fatto nostra, un po' per scelta, un po' per forza, l'idea di rinunciare ad una carriera classica per investire il nostro coraggio verso un simile lavoro di esplorazione e scoperta. Quel bisogno che anch'io sento crescere intorno, proprio a partire dal mio impegno creativo con il progetto degli Ateliers dell'immaginario autobiografico dell'Organizzazione di Volontariato Le Stelle in Tasca, sta rendendo visibile e fa maturare sul territorio una sensibilità ed una particolare attenzione alla narrazione, ad un ascolto sensibile di sé e dell'altro. La mia riflessione sul tema di questo numero monografico, oltre ad essere fondata sulle competenze maturate nell'ambito dell'accompagnamento e della formazione alla narrazione e alla scrittura di sé, ha attinenza con il mondo sociale contemporaneo, con la vita delle donne e degli uomini, tutte e tutti partecipi della comunità umana in generale.

    Cosa emerge da questo sociale? Un'esigenza sentita e diffusa che colgo nell'accompagnare gli altri a fare l'esperienza della narrazione e della scrittura di sé, quella di persone comuni che desiderano raccontarsi e raccontare agli altri la propria storia, mettendosi in cerca di sé e di senso condividendo emozioni e sentimenti. Ecco, allora, che, restituendo il diritto di cittadinanza all'emozione, riportiamo il cuore nell'analisi di tutto, contribuendo a delineare un nuovo orizzonte per le strategie redazionali che si integrano in modo innovativo alla narrazione letteraria, riconoscendo che la comprensione della realtà non è inficiata dalle emozioni, e tracciando quel giornalismo probabilmente nuovo di cui avverte la presenza Tiziano Terzani, la cui narrazione deve rendere conto di storie concrete e temi legati all'esistenza umana.

    «Io lo sento qua e là crescere questo bisogno di andare più vicino e di non accontentarsi di una pernacchia di due o tre secondi o due minuti che ti racconta una tragedia, per cui bisognerebbe che i giovani avessero il coraggio di rinunciare all'idea di fare carriera nel senso classico di oggi ... per fare un lavoro più genuino di scoperta, di esplorazione, si lo so il mondo si è ridotto ... ma secondo me la professione si può sempre fare, bisogna farlo con coraggio e con inventiva e con fantasia ... forse i mezzi non sono più tanto quelli della velocità che oggi viene imposta ma la riflessione, la scrittura, ha ancora valore, secondo me rinunciando alla pretesa anglosassone di essere obiettivi, di raccontare le cose come stanno, non si è mai obiettivi perché scegli quello che vedi, anche inconsciamente scegli ... e l'altra cosa è che secondo me c'è bisogno di riportare il cuore nella vita, noi ormai abbiamo messo la ragione e la testa dappertutto credendo con la testa di capire la realtà, secondo me la realtà non si capisce con la testa, si capisce con l'intuito, appunto riportando il cuore nell'analisi di tutto e questo secondo me dà spazio a un giornalismo forse nuovo, certamente dico non retrogrado e fatto alla vecchia maniera.»

    Il futuro di un giornalismo nuovo risiede altresì nella capacità professionale di avviare una inedita collaborazione con questo pubblico, caratterizzato da lettrici e lettori più attenti e sensibili alla narrazione che diventa racconto di una umanità complessa e multiforme. Le lettrici ed i lettori, oltre a ciò, non subiscono passivamente il testo ma interagiscono in modo attivo, non a caso Umberto Eco sottolinea la cooperazione interpretativa dei testi narrativi e l'apporto partecipativo dei lettori nel suo Lector in fabula. Formando la loro conoscenza su fonti differenti e diversificate rispetto al passato, il loro rapporto con il testo, mediato dalle proprie esperienze di vita, dalle letture precedenti e dalla propria immaginazione, sollecita un processo di completamento di senso che coglie in modo empatico emozioni e valori suscitati dalla struttura del testo e supportati, come ribadisce Lee Gutkind nel suo Keep it real, dall'interazione tra autore e lettore.

    Ma da dove deriva questo nuovo giornalismo? Nel lavoro di Marco Pratellesi dedicato al New journalism, alle teorie e alle tecniche del giornalismo multimediale, questo termine è fatto risalire alla fine dell'ottocento, indicando la stagione di un giornalismo attento alle storie inaugurata dal World di Joseph Pulitzer (1883) e dal Journal di William Randolph Hearst (1895). Il giornalista Serge July, tra i fondatori del quotidiano Liberazione che ha diretto dal 1973 al 2006, nel suo libro Dictionnaire amoureux du journalisme, fa invece notare il contesto storico e politico degli anni sessanta e settanta, nel quale si sperimentava in modo più diffuso la pratica di un nuovo giornalismo. Erano gli anni della guerra nel Vietnam, quando il New York Times e il Washington Post rendevano pubblico nel 1971 il Pentagon Papers, il rapporto segreto del governo che smentiva la versione ufficiale dell'impegno americano nella guerra. Veniva meno la credibilità di un'informazione oggettiva, vissuta invece come mistificatrice, favorendo la sperimentazione di un'altra letteratura dell'attualità, di altri modi di recepire e restituire il reale.

    L'articolo del 1962 a firma di Gay Talese dal titolo The king as the middle agen man, il re come un uomo di mezza età, la crisi della cinquantina di Joe Louis, un vecchio campione del mondo di boxe, è citato da Serge July come esempio del nuovo giornalismo. È nella raccolta delle pubblicazioni di Gay Talese, in Fame and obscurity, fame e oscurità, del 1970, che il new journalism viene in seguito definito: «il nuovo giornalismo permette, esige di fatto, un approccio più immaginativo del reportage, e permette allo scrittore di proiettarsi nel racconto se lo desidera, come molti scrittori fanno, o invece di adottare il ruolo dell'osservatore distaccato, come altri fanno, come io lo sono».


    Ryszard Kapuściński (1932-2007)

    Se il giornalista vive ed elabora la prossimità e l'implicazione personale, come nel caso del reportage giornalistico, quella distanza critica che gli permette di garantire al suo racconto un'affidabilità fattuale, permane anche nella narrazione letteraria. Adottare il ruolo dell'osservatore distaccato significa fare assumere all'autore e al lettore una certa distanza, riportando il cuore nell'analisi e sostenendo uno sguardo sul mondo che si vuole al tempo stesso esterno e soggettivo. Si tratta di uno sguardo dall'alto, come direbbe il giornalista e saggista William Langewiesche, citando il suo intervento per Le grandi lezioni di giornalismo del 23 gennaio 2011 a Roma, uno sguardo che favorendo una distanza critica rispetto agli eventi consente di osservare la struttura dei fatti che costituiscono il mondo. «Il lavoro della carta stampata ti dà la possibilità di spiegare le strutture sottostanti ad una situazione, non come un accademico o un professore che insegna all'università ma frontalmente, fungendo da occhi e mente dei lettori sul terreno, ti consente di esplorare la struttura ... io alle volte dico scrivere storia al tempo presente comporta di prendere una certa distanza rispetto a ciò che sta succedendo adesso, e se ciò che sta succedendo è violenza, come la guerra, tanto per fare un esempio, comincia a diventare un territorio insidioso perché i lettori non ce l'hanno questa distanza.»

    Eppure, se di giornalismo nuovo si tratta, non fatto alla vecchia maniera, la scrittura che si sperimenta non si vuole oggettiva e obiettiva, non rappresenta soltanto dei fatti ma assume su di sé il dubbio della ricerca e della soggettività, sollevando questioni e suscitando riflessioni attraverso la narrazione di esperienze che cambiano il modo di interpretare gli eventi. Mantenere uno sguardo dall'alto non significa quindi non andare in profondità, al contrario, bisogna scavare nelle emozioni e nei pensieri delle persone. «Parlare di persone viventi, di società viventi e di conflitti in atto sotto i nostri occhi. La cronaca richiede una partecipazione personale, non la si può fare a distanza, al di là di una parete di vetro.» (Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter) È necessario essere presenti e vivere queste esperienze, come nei reportage del giornalista Ryszard Kapuściński, la cui preoccupazione costante era quella di non riuscire a consegnare vere emozioni al lettore attraverso la scrittura, come egli stesso faceva presente nella sua lettera rivolta alla giornalista Stella Pende, letta il primo aprile del 2011 alla libreria Feltrinelli - Galleria Colonna di Roma, e pubblicata nel libro Confessione reporter.

    «Un articolo, poi, difficilmente rende giustizia al dolore e alla verità di ciò che vedi e che senti, come nuotare nell'oceano con la bassa marea ... quante volte lo stesso sentimento di impotenza mi ha invaso e risveglia i giorni, quante volte un giornalista che sia davvero tale affonda in quelle sabbie mobili dello spirito, ma questo è proprio il segno ... di quanto sia giusto per un buon reporter perseverare nel suo mestiere, il dubbio, il tatto dei propri limiti, l'umiliazione di veder sacrificato un lavoro tanto faticato, ma soprattutto l'angoscia di non arrivare a passare vere emozioni è e sarà la fiamma del tuo mestiere, e di tutti coloro che vivranno sempre da buoni giornalisti.»

    Facciamo un altro salto indietro nel tempo, ancora negli anni sessanta e settanta, quando il giornalista Tom Wolfe, che prediligeva dei temi come quello del successo, mentre Gay Talese privilegiava dei temi rapportati alla fragilità, delinea i principi del nuovo giornalismo con la pubblicazione dell'antologia The new journalism. L'esigenza e l'urgenza che alcuni temi fossero ripresi da nuovi giornalisti, quegli stessi temi che anche la produzione letteraria passava sotto silenzio e che riguardavano interi settori della vita sociale e politica, capovolge la gerarchia dominante dei soggetti di attualità più importanti e secondari, dando vita oltre ad una inesauribile tensione tra giornalismo e ambizione letteraria del giornalismo.

    Il noto The right stuff di Tom Wolf, tradotto in italiano con il titolo La stoffa giusta, ne è un esempio. Il regista Philip Kaufman ne fece un celebre film nel 1983, Uomini veri, narrando come furono selezionati negli anni settanta tra i piloti collaudatori i primi astronauti del programma spaziale americano, il progetto Mercury. La splendida recensione del libro di Tom Wolf dal titolo Alla caccia dei nuovi Lindberg, pubblicata dal giornalista, scrittore e cantautore Ivan Della Mea nel 1984 su L'Unità, ci restituisce il senso del lavoro dei nuovi giornalisti che propongo una matrice letteraria improntata alla soggettività come processo di costruzione sociale della realtà.

    «Vivono una vita di clan, tesi a dimostrare a se stessi e agli altri membri del gruppo di avere la stoffa giusta per affrontare gli spazi terrestri e siderali con mezzi sempre più sofisticati ... è una storia di amici e di rivali ... ma è anche la storia delle ragioni dei potenti che chiedono e impongono rischi spesso mortali nel nome di una grandeur sì della nazione, sì dell'establishment, ma anche e soprattutto di chi governa quella nazione e quell'establishment ... è la storia di neo-candidati e già-senatori del Congresso che hanno la caccia agli eroi, i nuovi eroi, i nuovi Lindberg, per le proprie manfrine elettorali. È la storia infine di un sistema in cui tutto può, deve fare e fa informazione, dove la privacy, parola carissima negli USA, in certi casi, in questi casi, non può essere rispettata; dove l'eroe è di tutti, per tutti gli usi e, comunque, prima di tutto è di Life o del Times o della NBC o della CBS o della ABC: è un oggetto di consumo e da consumare per mille e uno giochi di potere.»

    Se vogliamo a questo punto dare una definizione del giornalismo narrativo alla luce di queste riflessioni, considerando altresì le narrazioni che illustrano la pratica di scrittura narrativa delle giornaliste e dei giornalisti che hanno collaborato a questo numero monografico, testimonianza di una ricchezza di pratiche che rispecchiano una differenza di percorsi personali nei contesti nei quali svolgono la loro professione, possiamo individuare un comune denominatore. Il racconto di un soggetto reale, con metodologie e approcci molto vicini al reportage, che si sostiene con il ricorso a tecniche letterarie della scrittura e il tentativo collettivo di andare oltre il giornalismo convenzionale. Questa pluralità di racconti sul mondo trasforma un fatto in una storia procedendo per dilatazione amplificante del nucleo tematico che organizza la struttura del racconto, analizzando e sintetizzando nella narrazione il mondo circostante per esplorare un'esperienza che diventa narrazione e scrittura, un'esperienza che sollecita un'empatia ed una comprensione immediata.


    Maria Grazia Cutuli (1962-2001)

    E non posso fare a meno di pensare, ricordando la giornalista Maria Grazia Cutuli, assassinata in Afghanistan il 19 novembre 2001, al principio emblematico del reportage narrativo che porta il cuore nell'analisi dei fenomeni sociali contemporanei attraverso uno stile narrativo pienamente letterario, anche quando i testi sono brevi e sintetici. Come uno fra gli ultimi articoli di Maria Grazia Cutuli dal titolo Jalalabad libera resta una prigione avvolta dal burqa, pubblicato il 18 novembre 2001 nel Corriere della Sera. «Nascoste, invisibili, assenti: non si vedono donne a Jalalabad. La liberazione della città afghana dai talebani ha portato nelle strade migliaia di miliziani armati, bande ubriache di vittoria, pronte a contendersi il controllo del territorio sino all'ultimo vicolo o all'ultima casa. Non ci sono donne tra chi fa la guerra, gestisce il potere, decide il futuro. In un'intera mattinata, appaiono tra le botteghe del suk solamente tre sagome avvolte dal burqa, dal passo silenzioso e discreto, coperte come sempre dietro la cortina di un poliestere. "Scoprirsi il viso? Non è il momento", farfuglia una delle tre, scivolando tra le bancarelle. "Il burqa è l'unica protezione che abbiamo", dice la seconda, mentre la terza acconsente. "In una situazione come questa, rischieremmo lo stupro". Fanno la spesa veloci, un po' di frutta, cotone per cucire, pezzi di pane. E si dileguano con la stessa andatura leggera con cui sono arrivate, strette una all'altra a difendersi dal mondo di fuori.»

    Il rapporto tra giornalismo e scrittura, una scrittura al femminile e al maschile nella storia della scrittura delle donne e degli uomini, è un ulteriore spunto di riflessione che andrebbe approfondito in modo specifico, e questa considerazione ci permette di tenere presente che non esiste un modello di scrittura universale, indipendente dal genere e dalle nostre rappresentazioni e predisposizioni sociali e culturali. Ma quello che maggiormente mi interessa mettere in rilievo, a conclusione di questo articolo di fondo, è la prospettiva di un nuovo giornalismo che ribalta gli stereotipi sociali e riflette sulle fragilità umane, esplorando al tempo stesso nuove modalità di ricerca con tempi differenti rispetto al giornalismo tradizionale. Sono consapevole che è necessario stemperare il rischio di un uso ideologico dello storytelling, dei principi della retorica e della narratologia, ed essendo più vicino al mondo francofono e non a quello anglofono, per formazione e per esperienze di vita, penso che una interessante riflessione critica sulle forme narrative mediatiche e sul loro ruolo sociale e politico sia rappresentata in Europa dall'École de journalisme presso l'Université Catholique de Louvain in Belgio.

    Sia che si tratti di new journalism, o di new new journalism, come lo definisce Robert Boynton rilevando il ruolo di un'altra nuova generazione e delle strategie adottate per reinventare il giornalismo, la questione fondamentale che sottolinea Benoît Grevisse, Direttore della Scuola di giornalismo che attraverso le attività dell'Observatoire du Récit médiatique associa il giornalismo narrativo ai metodi qualitativi delle scienze umane e sociali, è quella di dotarsi di tempi differenti che permettano di fare ricerca di terreno. La questione dei tempi è fondamentale: «il ritmo sfrenato di produzione non conviene quando si tratta di rendere conto della complessità del mondo» (Grevisse, Écritures journalistiques, 2008, pp. 208-209). E non possiamo non renderci conto, a questo punto, che per portare il cuore al centro dell'analisi è necessario convivere con il dovere di innovare un modello commerciale, o creare alternative ad un modello che ricorre all'emozione per allargare sempre più la propria audience.

    Il giornalismo narrativo, quindi, come ha sostenuto Benoît Grevisse nel corso del dibattito sulle Pratiche del giornalismo narrativo e nuove forme di scrittura tenutosi presso l'Université Catholique de Louvain il 10 febbraio del 2012, non soltanto ribalta gli stereotipi sociali ma si avvicina enormemente alla scienze umane e sociali. Ed è questa la prospettiva fondante che può originare un rinnovamento ed una reinvenzione della pratica della narrazione giornalistica finalizzata a: raccontare l’alterità attraverso i dettagli che permettono di ricostruire la realtà; elaborare la narrazione in quanto punto di vista sul mondo dove l’emozione ha diritto di cittadinanza; stimolare l’immaginario e il dibattito sociale. Se prendere in contropiede la velocità, i tempi del giornalismo dominante, dipende ugualmente da una responsabilità politica e sociale della cultura, coniugare la scrittura alla ricerca di terreno dipende altresì da una responsabilità della formazione professionale che sappia coniugare approcci anche etnografici e sociologici per concepire un nuovo giornalismo narrativo.

    Bibliografia

    Robert Boynton, The new new journalism: conversations with America's best nonfiction writers on their craft, New York, Knopf Doubleday Publishing Group, 2007.
    Maria Grazia Cutuli, «Jalalabad libera resta una prigione avvolta dal burqa», Corriere della Sera, 18 novembre 2001.
    Maria Grazia Cutuli, Il cielo degli ultimi: dall'Afghanistan al Ruanda i reportage di una giornalista, Milano, Corriere della Sera, 2011.
    Umberto Eco, Lector in fabula: la cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Edizioni Bompiani, 2010.
    Ivan Della Mea, «Alla caccia dei nuovi Lindberg», L'Unità, 29 novembre 1984.
    Benoît Grevisse, Écritures journalistiques: stratégies rédactionnelles, multimédia et journalisme narratif, Bruxelles, Éditions De Boeck Université, 2008.
    Lee Gutkind, Keep it real: everything you need to know about researching and writing creative nonfiction, New York, W. W. Norton & Company, 2008.
    Serge July, Dictionnaire amoureux du journalisme, Paris, Éditions Plon, 2015.
    Ryszard Kapuściński, Autoritratto di un reporter, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2006.
    Marco Pratellesi, New journalism: teorie e tecniche del giornalismo multimediale, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2004.
    Stella Pende, Confessione reporter: quello che non ho mai scritto, Milano, Adriano Salani Editore, 2011.
    Gay Talese, «The king as the middle agen man», Esquire, giugno, 1962.
    Gay Talese, Fame and obscurity, New York, World, 1970.
    Orazio Maria Valastro, Cartografia minimale dell'immaginario autobiografico, Átopon, Quaderno n. 3, Roma, Edizioni Mythos, 2013, 56 p.
    Orazio Maria Valastro (a cura di), Sociologia degli spazi e dei legami sociali, M@gm@ Rivista internazionale di scienze umane e sociali, v. 12 n. 2, 2014.
    Tom Wolfe, La stoffa giusta, Milano, Oscar Mondadori, 2011.
    Tom Wolfe & E. W. Johnson, The new journalism, New York, Harper & Row, 1973.

    Filmografia

    Mario Zanot, Anam il senzanome: l'ultima intervista a Tiziano Terzani, Milano, Longanesi / Storyteller / Mediaset, 2005.

    Sitografia

    Le Stelle in Tasca
    Organizzazione di Volontariato riconosciuta ai sensi della Legge n.266/1991, iscritta al registro generale della Regione Siciliana nella sezione socioculturale educativa
    www.lestelleintasca.org

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    M@gm@ ISSN 1721-9809
    Indexed in DOAJ since 2002

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