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  • Lo sport nelle scienze sociali: da chimera a realtà
    Marco Pasini (dir.)

    M@gm@ vol.11 n.1 Gennaio-Aprile 2013

    PROCESSI D’INTEGRAZIONE E RETI ASSOCIATIVE



    Simone Digennaro

    s.digennaro@unicas.it
    Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute dell’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute; dottore associato all'Equipe de recherche en Sciences sociales du sport dell’Università di Strasburgo; ricercatore per il progetto MOVE- European Physical Activity Promotion Forum, promosso dell’International Sport and Culture Association (ISCA); consulente per la ricerca presso la Scuola dello Sport- Coni Servizi SpA; consulente per la ricerca presso l’European Observatory Sport and Employment (EOSE).

    L’Italia e i migranti: dati statistici e politiche d’integrazione

    Secondo il rapporto della Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicità (ISMU) sulle migrazioni, al 1° gennaio 2011 si contavano in Italia 5 milioni e 403mila stranieri [1], mentre nel 2012 il numero è salito a  5 milioni e 430mila. Al netto del numero di stranieri che non vengono intercettati dai rilievi, poiché non ufficialmente registrati, è ragionevole ritenere che, dopo anni caratterizzati da un costante, significativo aumento della quota di migranti, questo fenomeno stia attraversando un periodo di plateau, con quote sempre più ridotte di migranti che scelgono l’Italia come paese di destinazione. Dopo periodi di forti ondate migratorie che hanno scosso la società italiana, non abituata ad essere terra di immigrazione ma piuttosto di emigrazione [2] questo fenomeno sembra dunque attestarsi su numeri in ingresso che progressivamente si riducono per effetto di più fattori.

    Figura 1  ISTAT, Stranieri residenti in Italia (dati espressi in milioni) .

    Innanzitutto, le cause della contrazioni degli ingressi hanno un legame con la crisi economica che ha investito l’Italia e l'Europa che portano ad due effetti tra di loro connessi: da un lato si emigra sempre meno verso l’Italia per motivi di lavoro dall'altro aumentano i flussi in uscita dei cittadini italiani (ISMU, 2012). Il tema del lavoro potrebbe essere dunque preso in considerazione come spiegazione, comunque parziale del fenomeno, se si considera che la diminuzione del numero di stranieri si registra soprattutto nelle zone più produttive del paese come lo sono il Nord-est o, ad esempio, le province di Bergamo e Reggio-Emilia.

    Ci sono poi fattori di carattere sociale; in generale quella dei migranti rappresenta una sub-popolazione più svantaggiata dal punto di vista sociale: i tassi di disoccupazione sono più alti rispetto alla media nazionale (12,1%), e persistono una serie di barriere significative, sia culturali che sociali, che impediscono l’accesso ai servizi offerti a tutti i cittadini. Nel 2010, ad esempio, la quota di stranieri che ha abbandonato gli studi o un percorso di formazione professionale è stata del 43,8% - a fronte del 16,4% degli italiani - con tassi più alti che si registrano soprattutto tra le ragazze (ISMU, 2012). Tenendo  conto della centralità che l’istruzione ha nelle dinamiche di mobilità sociale, rappresentando, ancora oggi, uno degli ‘ascensori sociali’ della nostra società, con i dati presentati emerge nitidamente il disagio e le difficoltà presenti, e future, che le popolazioni migranti vivono nella società italiana.

    A tal proposito Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali segnala che “l’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale, dato dall’insieme dei tre aspetti della povertà-reddito, deprivazione e mancanza di lavoro in famiglia, raggiunge il 51% nelle famiglie con almeno uno straniero e il 56,8% in quelle composte solamente da stranieri. Il divario rispetto alle persone che vivono nelle famiglie di soli italiani (23,4%) è ancora una volta significativo, ma l’inclusione dell’indicatore legato alla partecipazione al mercato del lavoro ne attenua l’ampiezza, rispetto a quando si considerino unicamente gli aspetti monetari e materiali delle condizioni di vita delle famiglie” (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2012, 44). Lo stesso Ministero segnala che: “L’analisi delle prestazioni di protezione sociale secondo l'evento, il rischio e il bisogno da coprire mostra che, in Italia, oltre la metà della spesa, la più alta quota fra i Paesi Ue, è assorbita dalla funzione vecchiaia, mediante il pagamento di pensioni, rendite e liquidazioni per fine rapporto di lavoro; di contro, gli interventi risultano marginali, i più bassi in Europa, per le funzioni dedicate al sostegno delle famiglie, alla disoccupazione e al contrasto delle condizioni di povertà ed esclusione sociale” (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2012, 50).

    Il dato, nella sua chiara sintesi, lascia intendere due problematicità che interessano le politiche e le strategie d’intervento in tema di migranti. Una è chiaramente intuibile: se sono marginali i provvedimenti proposti in favore dei disagi di natura sociale, la popolazione straniera, più debole da questo punto di vista, è quella che ne ottiene il danno maggiore. L’altra è una misura di disagio indiretta ma non per questo meno dannosa: la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale passa attraverso una posizione lavorativa stabile che tutela direttamente il lavoratore e che offre allo stesso una tutela per la vecchiaia. Ne consegue che le difficoltà in termini lavorativi che affrontano i migranti, soprattutto se si considerano posizioni stabili e determinate, lasciano chiaramente intravedere la presenza di un’ulteriore problematicità.

    C’è poi tutta la questione relativa alle politiche specificatamente attuate in tema d’immigrazione. Da un punto di vista socio-politico, il modo differente con cui gli Stati intervengono in tema d’immigrazione oltre che dal contesto politico corrente, è influenzato dal modo in cui viene interpretata e attuata la cosiddetta identità nazionale. La costruzione di un’identità nazionale italiana è passata attraverso le esperienze del cosiddetto Nazionalismo Liberale, che trova in Mazzini e Garibaldi importanti sostenitori, e che promuove le libertà individuali spingendo la Nazione ad agire per la tutela delle stesse (Hayes, 1928), ma anche, e soprattutto, attraverso l’azione diretta di una parte dell’aristocrazia dell’epoca, che elabora una forma di ‘spirito nazionale’, in parte non direttamente percepito dal resto della popolazione, e che fa da base per il processo di unificazione. Gli elementi distintivi del processo di formazione dell’identità nazionale italiana risiedono poi nel ritardo con cui si sviluppò rispetto ad altri paesi europei, e nello scarso radicamento che lo spirito nazionale ebbe in gran parte dei ceti popolari: in qualche modo, fu lo Stato a costruire la Nazione e non viceversa, determinando una certa disomogeneità nell’identità nazionale tra gli strati delle popolazione, ma anche tra le varie Regioni d’Italia. Stessa disomogeneità che può essere in qualche modo rilevata nelle politiche d’intervento in tema di immigrazione, che non sembrano godere di una certa uniformità e di linee di intervento comuni. Esse paiono oscillare tra integrazione - intesa come un processo che favorisce la partecipazione di una minoranza alla vita della società di accoglienza attraverso un processo di reciproco adattamento, messo in atto secondo una logica di pari diritti -  e assimilazione, che invece presuppone un assorbimento delle cultura e dei costumi della minoranza nella cultura e nelle pratiche della società di accoglienza. Coesistono approcci che spingono alla costruzione di una società multiculturale che vengono al contempo affiancate da spinte più conservative, che fanno leva sulla coesione e l’identità culturale più stretta e pura. Questi differenti modi di gestire il tema dell’immigrazione, a cui di sovente si aggiungono politiche non-interventiste, insieme ad altri approcci non riconducibili alle macro categorie proposte, finiscono per generare politiche e strategie d’intervento molto diverse, che non di rado confliggono e che certamente contribuiscono a rendere più difficile il processo di inserimento delle comunità di migranti. Tutto ciò lascia irrisolte, da parte dello Stato, buona parte delle problematiche sociali di cui abbiamo dato un breve resoconto in apertura: si tratta di uno spazio d’intervento poco presidiato da parte delle istituzioni pubbliche che ha visto la formazione di un sistema di tutele sociali quasi parallelo, per certi versi suppletivo, in cui hanno svolto un ruolo importante la rete dell’associazionismo e le organizzazioni afferenti al terzo settore.

    All’interno di questo ampio spazio di intervento hanno avuto un ruolo importante anche le associazioni sportive, forti dell’ampia gamma di opportunità che il movimento e l’attività fisica offrono sia in termini di promozione di più alti livelli di qualità della vita sia in termini di tutele e protezioni sociali per i migranti. E questo anche a fronte di una ‘giustificazione’ politica che ha visto entrare il settore sportivo nelle agende europee in tema d’immigrazione.

    Sport per tutti per una società multiculturale: uno studio sul campo.

    La creazione di condizioni favorevoli e la messa in opera di strategie atte a facilitare il movimento e l’attività fisica rappresentano oggi un tema rilevante all’interno delle agende politiche sia a livello locale/nazionale che internazionale (Sallis,  Linton e  Kraft, 2005; Madella, 2010). Nel tentativo di avvicinarsi a una richiesta di miglioramento degli stili di vita individuali e collettivi – come mezzo di contrasto di molte problematicità legate all’ipocinesia-, e di adeguarsi al diffuso riconoscimento del movimento attivo come di un meta-diritto che intercetta i temi dell’educazione, dell’ambiente, dell’integrazione/socialità e, in senso più ampio, delle politiche di welfare, le società odierne hanno messo in atto strumenti d’intervento che, attraverso l’opera delle associazioni sportive, cercano di favorire un più ampio accesso, da parte del cittadini, a programmi e progetti che utilizzano la motricità e il corpo, come ambiti e come strumenti di intervento sociale. Queste tipologie d’intervento hanno trovato ampio utilizzo anche nei programmi sviluppati a favore delle popolazioni migranti così come chiaramente hanno dimostrato le significative esperienze messe in atto in paesi quali la Francia, l’Inghilterra e la Germania e l’interesse crescente che le Istituzioni Europee hanno riservato all’importanza strategica che la rete dell’associazionismo possiede nell’ambito delle politiche di welfare [3].

    Senza scendere troppo nel dettaglio, la partecipazione attiva a programmi che promuovono il movimento e il coinvolgimento diretto e partecipe alla vita associativa porta benefici sia a livello individuale che a livello di capitale sociale (Henry, 2005) ricomprendendo nel primo gli ambiti fisico-motorio e psico-sociale, e nel secondo il coinvolgimento civico, il senso di appartenenza, i livelli di accesso che un individuo ha in una società (cfr. Putnam, 2000). Mentre per la dimensione individuale ci sono ben dimostrate e fondate evidenze sul ruolo che l’associazionismo sportivo può svolgere [4], per ciò che concerne l’ambito del capitale sociale, le ricerche tendono ad essere meno precise e le conclusioni a cui giungono un po’ più sfumate, specialmente quando si prova a tradurle nella categoria sociale dei migranti. Da un punto di vista accademico-scientifico, rimangono, infatti, irrisolti alcuni punti nevralgici:

    • Qual è l’effetto a lungo termine che si determina sulla popolazione migrante e che contributo concreto viene dato ai processi d’integrazione?
    • Che tipo di strategie hanno maggiori probabilità di successo nei processi di reclutamento e coinvolgimento della popolazione migrante e quali obiettivi possono essere considerati come ragionevolmente raggiungibili?
    • Quando un progetto può dirsi di successo? E poi, esistono degli elementi organizzativi e progettuali che sono determinanti per una pratica di successo?

    Alcune evidenze in risposta alle domande proposte possono essere in parte rinvenute in letteratura (inseriamo anche henry). Tuttavia, a nostro parere, mancano degli studi e delle ricerche, soprattutto riferite alle caratteristiche specifiche del contesto italiano, che siano in grado di offrire una solida verifica empirica sull’ipotesi secondo cui una progettazione basata su di una proposta di attività che utilizza l’organizzazione sportiva come strumento d’integrazione e di tutela sociale sia in grado di favorire i processi d’inserimento delle comunità migranti nel tessuto sociale della comunità di accoglienza.

    Stante codesto livello di conoscenze in materia, l'Università di Cassino e del Lazio Meridionale, in collaborazione con il Consorzio Ferrara Ricerche [5], nell’ambito del progetto ‘Diritti in campo: Sportpertutti in una società multiculturale’, ho sviluppato un lavoro di ricerca quali-quantitativo atto ad offrire maggiori livelli di comprensione sulla funzione che l’associazionismo sportivo può svolgere in tema di immigrazione. Il progetto è stato promosso nel 2011 dall’Unione Italiana Sportpertutti (UISP), nell’ambito dei finanziamenti resi disponibili dalla legge 383 del 2000, e sviluppato in otto città-laboratorio con l’obiettivo di identificare e applicare un modello d’inclusione sociale per i cittadini migranti basato sull’azione dell’associazionismo di base e sulla proposta di attività sportive. In parallelo al progetto è stata svolta un’azione di monitoraggio e raccolta dati che ha avuto molteplici obiettivi: innanzitutto raccogliere le evidenze sull’impatto sociale delle otto azioni progettuali; comprendere, poi, quale ruolo possa svolgere l’associazionismo sportivo nei processi d’integrazione dei migranti di prima e seconda generazione; individuare, infine, le prassi organizzative che possono essere generalizzate ed esportate in altre esperienze/realtà e definire, ove possibile, un modello organizzativo idealtipico. All’uopo, l’intero impianto metodologico si è basato su di una preliminare analisi della letteratura orientata alla comprensione dello stato delle conoscenze scientifiche al momento disponibili. Sono state poi sviluppate due polarità d’analisi in sé compiute ma legate l’una all’altra da uno schema interpretativo complessivo. Più nel dettaglio sono stati analizzati:

    • i processi organizzativi che ogni singola realtà ha realizzato in relazione alle politiche d’intervento adottate e alla messa in opera delle stesse attraverso strategie operative di gestione delle risorse (umane e materiali), prese di decisione, relazioni di potere e dinamiche comunicative;
    • l’impatto sociale che distintamente ogni azione progettuale ha avuto in relazione alla popolazione che ha inteso servire.

    L’analisi dei processi organizzativi è stata condotta attraverso l’approccio del case-study, metodo che offre la possibilità di analizzare ogni azione progettuale in profondità, senza mai svincolarla dal contesto in cui si concretizza e utilizzando tecniche di ricerca multiple in grado di operare con un numero elevato di variabili e, altresì, di combinare strumenti diversi (Yin, 2009). Nella fattispecie la raccolta dati è stata condotta attraverso l’utilizzo di più strumenti: analisi secondaria, utilizzata in modo particolare per lo studio della produzione documentaria; interviste in profondità, realizzate con figure chiave delle organizzazioni, selezionate in maniera tale da coprire ogni livello organizzativo e ricostruire le dinamiche dei processi organizzativi, decisionali e gestionali messi in opera;  focus-group, utilizzati in combinato disposto con le interviste in profondità al fine di raccogliere dati sulle dinamiche dei processi organizzativi, decisionali e gestionali, sui rapporti tra i diversi livelli organizzativi e sui rapporti esistenti tra struttura organizzativa e stakeholder primari e secondari.

    In parallelo è stata realizzata una ricerca sul campo delle esperienze condotte secondo un approccio di tipo etnografico-fenomenologico (cfr. Silverman, 2007). La spinta verso questo tipo di scelta è derivata dall’intenzione a voler realizzare uno ‘studio in situazione’ teso a comprendere gli effetti micro (sull’individuo) e meso (sulla comunità) delle attività che ognuna delle otto azioni progettuali ha messo in atto. L’accesso ai dati non è stato qui condotto soltanto tramite l’osservazione dei fenomeni, ma anche attraverso un approccio interpretativo che ha messo in relazione i fenomeni con i comportamenti degli individui e i significati che gli individui hanno attribuito ai propri comportamenti (Hobermas, 1970). Anche per questo ambito di studio si è fatto ricorso a più tecniche di ricerca interpolate tra loro secondo uno schema interpretativo complessivo: l’osservazione partecipante è stata combinata con la conduzione d’interviste in profondità rivolte ai protagonisti delle attività. Attraverso un ragionamento di tipo deduttivo-induttivo (Hobermas, 1970), i dati raccolti sono stati infine interpolati tra loro con l’obiettivo di identificare i fattori critici di successo da cui poter partire per costruire una pratica che raggiunga risultati concreti e duraturi sulla popolazione servita (si veda anche fig. 2).

    Figura 2 Approccio adottato per l’analisi e l’interpretazione dei dati.Figura 2

    Discussione dei risultati: determinanti per il successo e prassi organizzative - progettuali.

    Dall’analisi dei dati e, in particolar modo, dalle narrative raccolte, emerge il diffuso disagio che i migranti vivono nella società italiana, sia pur con differenze che si registrano da caso a caso. L’accesso ai servizi di base risulta spesso difficile, così come ardui sono i percorsi di inserimento nel mondo del lavoro e nell’ambito dell’istruzione. Scendendo poi sul particolare, questi disagi hanno ripercussioni anche sullo svolgimento di un’abituale pratica motoria e sportiva a causa di alcune barriere culturali e sociali che impediscono al migrante di poter praticare liberamente, in maniera spontanea. Tra le barriere individuate vogliamo riportare in maniera particolare: il ridotto accesso/la gestione conflittuale di spazi in cui praticare discipline sportive e pratiche del corpo spesso poco diffuse in Italia (ad esempio il cricket); il disagio nel manifestare liberamente la propria cultura del corpo; le difficoltà nell’adempiere a tutte le richieste di tipo burocratico necessarie per la gestione di un’associazione sportiva; le limitate risorse materiali; la presenza di una diffusa cultura organizzativa che fa fatica ad intercettare i bisogno dei migranti; le restrizioni culturali che rendono difficile, specie per le ragazze e le donne, la pratica in contesti pubblici.

    Gli interventi sviluppati nelle otto città coinvolte nel progetto hanno difatti cercato di agire in tutto o in parte sulle barriere succitate, agendo come punti di riferimento e di raccolta delle istanze dei migranti e favorendo l’interazione tra settore pubblico, privato e sistema sportivo nel tentativo di rendere il contesto locale capace di rispondere alle richieste di una parte di popolazione che, per ragioni culturali e sociali, tende ad avere esigenze diverse.

    Non vogliamo in questo caso soffermarci su una disamina caso per caso dei risultati raggiunti da ognuna delle otto realtà investigate, e neanche incrociare i profili organizzativi adottati con l’impatto che si è raggiunto sulla popolazione servita. Piuttosto, sulla base dei dati raccolti, vorremmo proporre un approfondimento su alcuni fattori organizzativi e progettuali determinanti che, a nostro modo di vedere, all’interno di un quadro progettuale ben delineato, sono prodromici per un intervento di successo. Il tutto all’interno di conclusioni generali, ascrivibili a tutti i casi analizzati, che ci permettono di affermare che la partecipazione attiva a programmi che promuovono il movimento e il coinvolgimento diretto e partecipe alla vita associativa concorrono in maniera significativa allo sviluppo per il migrante di un duraturo capitale sociale che può essere investito all’interno del personale percorso di inserimento nella società di accoglienza e utilizzato come mezzo di contrasto alle discriminazioni (reali o presunte).  

    Nel dettaglio: è innanzitutto importante promuovere delle attività che tutelino la cosiddetta  ‘ludodiversità’, concetto che cerca di rappresentare tutte quelle varianti che esistono tra le culture del corpo, ricomprendendo in essa i domini del gioco, della cultura fisica e delle espressioni del movimento (Renson, 2004). Esistono, infatti, delle differenze significative tra le culture del corpo che appartengono alle diverse società umane e tutte quelle rappresentazioni che possono essere ricondotte all’interno di questa ‘regione culturale’ sono delle costruzioni sociali attraverso cui ogni società/gruppo compone la propria identità (e le proprie caratteristiche distintive). Quando si opera attraverso e con il movimento e il corpo è necessario richiamare l’attenzione intorno alle diversità che esistono tra le varie culture del movimento, superando l’ingannevole, globalizzata percezione del movimento, del corpo e delle pratiche motorie come di espressioni culturali omogenee, uguali ed identiche per ogni realtà sociale.

    Il secondo elemento concerne la cosiddetta ‘cultura organizzativa’: nell’introdurre il termine vogliamo immediatamente allontanarci dalla corposa letteratura sociologica sviluppata in merito (cfr Bonazzi, 2008), e piuttosto riferirci ad un uso linguistico più comune che nella cultura organizzativa ricomprende le prassi, i valori, i comportamenti collettivi e i modelli decisionali che contraddistinguono un’organizzazione. Questi aspetti sono grandemente influenzati dal contesto culturale a cui appartengono i membri che la compongono e spesso si presentano come delle barriere all’ingresso insuperabili per potenziali membri appartenenti ad altre culture/etnie. Come reazione, ma anche come risposta ad uno stimolo di coesione tra membri della stessa comunità, i migranti tendono costituire associazioni più o meno formali auto-gestite che con grande difficoltà dialogano con le associazioni del territorio di appartenenza e che spesso si trasformano in esperienze ghetto. Nell’interesse, dunque, di far entrare attivamente individui appartenenti ad altre culture, sociali e organizzative, e di sviluppare rapporti di dialogo tra associazione di migranti e associazioni del territorio di accoglienza, è necessario un processo di accomodamento che faciliti la partecipazione attiva [6] e uno scambio a livello associativo. Quest’ultimi aspetti sarebbero inoltre determinanti per favorire la realizzazione di processi di empowerment interno alla comunità.

    Appare, poi, evidente che l’azione di una singola realtà associativa, sia pure adeguatamente organizzata, non è sufficiente a risolvere le problematiche complesse che interessano i migranti. Ad ogni buon conto, accanto al ruolo di un’associazione in particolare, e di tutta la rete associativa territoriale più in generale, deve svilupparsi un ‘sistema di integrazione diffuso’ capace di mettere in rete i soggetti pubblici e privati che, sul territorio, direttamente o indirettamente, si occupano di immigrazione e di mettere in sinergia esperienze progettuali comuni al fine di contribuire al processo di inserimento delle comunità dei migranti all’interno della comunità locale di accoglienza, moltiplicando in tal modo gli sforzi a contrasto dei disagi emergenti. Questo lavoro in rete avrebbe inoltre effetti significativi su altri due fattori determinanti. Da un lato la ricerca sul campo ha mostrato un fenomeno particolare di “occupazione” da parte dei migranti di spazi pubblici che, sintetizzando, genera due tipi di comportamenti diversi:

    • disinteresse/disaffezione da parte della cittadinanza autoctona locale che riconosce e identifica quel determinato spazio come il luogo di pratica dei migranti e quindi tende a non utilizzarlo, a disinteressarsene;
    • conflitto: lo spazio è oggetto d’interessi comuni che portano a situazioni di contrasto più o meno evidenti che non di rado sfociano in manifestazioni di conflitto anche piuttosto accessi tra migranti e autoctoni ma anche tra gruppi diversi di migranti che si contendono uno stesso spazio.

    Si palesa, dunque la necessità di politiche d’intervento locali nella gestione degli spazi pubblici atte a favorire l’accesso e l’utilizzo da parte dei migranti sia in luoghi palesemente dedicati alla pratica sportiva, sia in luoghi pubblici (parchi cittadini ad esempio) in cui si può praticare in maniera informale, spontanea (Borgogni, 2012; Vannini, 2010).  In parallelo, sono necessarie azioni che favoriscano condizioni di utilizzo condiviso in cui i luoghi pubblici e privati diventano punto d’incontro delle culture del corpo, sempre in un’ottica di tutela della ludodiversità, e all’interno del sistema d’integrazione diffuso sopra proposto. Gli spazi pubblici come i parchi e i giardini possono diventare spazi condivisi in cui le culture del corpo, manifestandosi, s’incontrano, in cui vengono limati certi confini culturali troppo netti e costruiti spazi fisici e sociali in cui condividere appartenenze comuni.

    Dall’altro lato, è bene notare, che la questione relativa all’utilizzo condiviso degli spazi e, in maniera più ampia, il processo d’integrazione delle comunità dei migranti, non si risolve solo ed esclusivamente nel rapporto con i gruppi autoctoni della comunità di accoglienza. Piuttosto, è sempre più diffusa, una situazione più complessa che vede, in una comunità locale, la presenza di gruppi diversi di migranti, appartenenti a culture differenti, che vivono sullo stesso territorio, condividendo o, più frequentemente, contendendosi spazi e risorse, anche con episodi di palese conflitto che in alcuni casi sfociano nella violenza. Dalla ricerca sul campo si sono riscontrati, non di rado, maggiori livelli di conflittualità, e ostacoli all’integrazione, nel rapporto tra i diversi gruppi di migranti (ad esempio tra pakistani e cileni), piuttosto che tra i gruppi di migranti e i gruppi autoctoni. Certamente questo è un altro elemento di cui tener conto e su cui dover agire.

    Note conclusive

    Le associazioni sportive, in tema d’integrazione dei migranti, stanti alcuni determinanti organizzativi, progettuali, strategici e politici, hanno svolto, e possono sempre di più svolgere, un ruolo importante nel contesto italiano. I dati che la ricerca ha permesso di raccogliere, sia pure in una cornice di lavoro ideografica, offrono una base di evidenze empiriche a sostegno dell’ipotesi secondo cui la partecipazione attiva a programmi che promuovono il movimento e il coinvolgimento alla vita associativa portano benefici a livello di capitale sociale. Capitale sociale che rappresenta un fattore importante nel complesso percorso che porta all’inclusione dei migranti nella comunità di accoglienza e un mezzo di contrasto alla situazione di disagio, vero o percepito, che gran parte dei gruppi migranti vivono.

    Certamente le reti associative, pur avendo un ruolo importante, da sole non bastano. Abbiamo richiamato, infatti, la necessità di un “sistema d’integrazione diffuso” che mette in relazione una pluralità di contesti e organizzazioni, pubbliche e private, autoctone e auto gestite dai migranti, ponendo la questione dell’immigrazione al centro di politiche e strategie condivise e sviluppando azioni di intervento comuni, coordinate tra loro. Si può concludere, infatti, come del resto fa Zoletto che i processi di integrazione dei migranti sono aspetti che riguardano la biopolitica (2010), ma non solo in un’ottica di norme che disciplinano la vita di tutti i giorni, ma bensì in uno scenario di intervento più ampio che favorisce le relazioni e l’incontro tra le diverse culture e, altresì, le connessioni tra le organizzazioni e/o tra le reti di organizzazioni che insistono sui processi di inclusione dei migranti.

    Si viene in tal modo a creare una rete di reti in cui avviare e sostenere processi di socializzazione e di mutuo riconoscimento tra comunità di migranti e comunità autoctone ma anche tra le diverse comunità di migranti che coesistono in uno stesso contesto di accoglienza. In questo processo, che potremmo definire di accomodamento tra gruppi culturali diversi, ha un ruolo centrale anche la cultura del corpo sia per l’importanza che riveste all’interno degli schemi culturali di ogni gruppo, e che come tale deve essere tutelata, sia per importanti “spazi” d’incontro che questo terreno culturale offre.

    Bibliografia

    Bonazzi, G. (2008). Storia del pensiero organizzativo. Milano: FrancoAngeli.
    Borgogni A. (2012). Body, Town Planning, and Participation. The Roles of Young People and Sport. vol. 186, Jyväskylä :Jyväskylä University Printing House.
    FondazioneISMU. (2012). Diciottesimo rapporto sulle migrazioni 2012. Milano.
    Henry, I. (2005). Sport and multiculturalism: an European perspective. Loughborough.
    Hobermas, J. (1970). Logica delle scienze sociali. Bologna: Il Mulino.
    Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. (2012). Rapporto sulla coesione sociale 2012 (Vol. I).
    Madella, A. (2010). Sport e intervento sociale. In S. Digennaro, Madella, A. (Ed.), Sociologia dello sport. Analisi del fenomeno e studio delle organizzazioni sportive. Rome (ITA): SDS.
    Renson, R. (2004). Ludodiversity: extinction, survival and invention of Movement Culture. In G. Pfister (Ed.), Game of the Past- Sport for the future. Sankt: Academia.
    Sallis, J. F., Linton, L.S., Kraft, M.K. (2005). The first active living research conference: growth of a transdisciplinary field. American Journal of Preventive Medicine, 28(2), 96-104.
    Silverman, D. (2007). Come fare ricerca qualitativa. Roma: Carocci.
    Yin, R. Y. (2009). Case study research: design and methods (4th ed.). London: Sage.
    Vannini, E. (2010). Navigazione culturale e processi d'integrazione. Torino: L'Harmattan Italia.
    Zoletto, D. (2010). Il gioco duro dell'integrazione. Intercultura sui campi da gioco. Milano: Raffaello Cortina Editore.

    Note

    1] Dato che cerca di sommare le statistiche ufficiali con le stime sugli stranieri non regolarmente registrati.

    2] I dati statistici disponibili ci informano che al 1° gennaio 2012 i cittadini italiani all’estero sono più di 4,2 milioni (ISMU, 2012)

    3] A tal proposito si veda il Libro Bianco sullo Sport pubblicato dalla Commissione Europea nel 2007.

    4] Per una dettagliata ricognizione sul tema si rimanda a Lancet. (2012) Physical Activity. Londra: Lancet, [http://www.thelancet.com/series/physical-activity, ultimo accesso 26 gennaio 2012].

    5] Il progetto di ricerca è stato coordinato del prof. Antonio Borgogni del Diparimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale nell’ambito del progetto «Diritti in Campo: Sportpertutti in una società multiculturale» finanziato tramite la legge 383 del 2000. Il gruppo di ricerca è stato composto inoltre della dott.ssa Erika Vannini del Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale oltre che dallo stesso Autore.

    6] Su di un piano pratico organizzativo i migranti intervistati lamentavano ad esempio la difficoltà a prendere parte alle riunioni del Comitato UISP provinciale di riferimento poiché, di prassi, venivano organizzate nelle ore serali, cioè fuori dagli orari di lavoro abituali per la maggior parte dei membri italiani, me nel pieno dell’impegno lavorativo per molti migranti di frequente assunti nel settore della ristorazione o della grande distribuzione.

     



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