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  • Memoria Autobiografia Immaginario
    Maria Immacolata Macioti - Orazio Maria Valastro (a cura di)

    M@gm@ vol.10 n.2 Maggio-Agosto 2012

    BUGIE, DONNE E PREGIUDIZI


    Veronica Polese

    veronicapolese@yahoo.it
    Laureata in Sociologia con tesi in Antropologia Culturale.


    L’oralità non esaurisce la sua funzione in un mero passaggio verbale di conoscenza, il sapere trasmesso infatti contiene in esso un’implicita visione del mondo, sedimentatasi da voce a voce, nel tempo. La memoria popolare dunque può essere considerata un archivio di interpretazioni della realtà, interiorizzate e condivise. La tradizione orale divine così autobiografia collettiva di una società che ha fatto del suo sapere metafora ed insegnamento.

    La “popolarità” di un fenomeno culturale deve essere concepita come uso piuttosto che come origine, come fatto e non come essenza, come posizione relazionale e non come sostanza [1].

    La letteratura orale costituisce, dunque, un patrimonio di informazioni ma soprattutto un archivio di testimonianze per una, nessuna, centomila voci dal passato. Partendo da tale considerazione, dall’analisi di proverbi e fiabe di tradizione orale e popolare della Campania si è giunti a rintracciare un atteggiamento culturale codificato, quello fortemente connotato dalla diffidenza verso il genere femminile. Tale diffidenza è, in modo scontato, sintomo di una società maschilista, ma andando a fondo si vuole mostrare come la stessa società fosse pervasa da una sorta di misogina ovvero dal timore del “mistero femminile”. Il caso preso in considerazione in questa sede è l’abilità attribuita alla donna di mentire ovvero di falsificare e manipolare la realtà. Si è verificato attraverso la letteratura popolare se si delineasse un effettivo legame tra comportamento femminile e bugia. La conclusione è stata che la paura della donna, insita nel timore delle sue parole, dei suoi inganni, delle sue manipolazioni, sia stata determinata dall’eredità di un sapere stereotipato, secondo cui la donna è bugiarda per natura. Tale stereotipo si crede prodotto e rafforzato a sua volta dalla condizione di assoggettamento in cui la donna versava: la donna usava la strategia della menzogna per sopravvivere alle miserie quotidiane e contrastare una posizione di svantaggio sociale, familiare e sessuale. Questa produzione e riproduzione di immagine femminile bugiarda è stata tramandata ed interiorizzata allora sia dagli uomini che dalle donne. Crediamo però che in questo sapere tramandato vi fosse un valore di genere, ossia uno scopo differente: mentre gli uomini apprendevano che la donna fosse un essere di cui non fidarsi o addirittura da temere, le donne percepivano e riproducevano se stesse attraverso gli stessi prodotti culturali, con l’intento di trasmettere exempla di insegnamento dell’uso della bugia, come strumento di sopravvivenza essenziale per la comunità femminile.

    Che uno stereotipo sia invenzione o specchio della realtà ha poca importanza, esso è soprattutto un modo condiviso di vedere e valutare la realtà; ciò che lo rende funzionale è che esso venga considerato vero da tutti.

    Le concezioni della realtà e i sistemi di valori ad esse associati orientano le azioni degli esseri umani; in tal modo attraverso le azioni umane quelle concezioni e quei valori intervengono concretamente sulla realtà della condizione umana, poiché la pongono in essere nelle forme e nei modi prefigurati dalle concezioni e prescritti dai valori.[…] Analizzare l’efficacia simbolica dello stereotipo significa dunque analizzare come esso si fa storia producendo storia […] [2].

    Anche se non veritiero uno stereotipo viene riprodotto soprattutto perché assolve alla funzione socioculturale di “riduttore di complessità”. Questo significa che crea una “mappa cognitiva” che aiuta ad orientare il comportamento nei riguardi dell’oggetto stereotipato. In quanto prodotto culturale, lo stereotipo fissa “a priori” delle caratteristiche peculiari da attribuire indiscriminatamente a tutti gli elementi, uno per uno, che appartiene ad un gruppo umano definito. Il limite cognitivo dello stereotipo è proprio l’ostacolo che esso rappresenta nella conoscenza critica. La sua proprietà di facilitare la lettura della realtà e l’orientamento comportamentale, lo carica di affettività. Queste sue caratteristiche contribuiscono a reiterarlo con facilità, ma fanno sì che rinunciare ad esso generi dissonanza cognitiva ovvero difficoltà a riconoscere ciò in cui si crede non vero e non reale. Nel mettere in discussione le proprie credenze infatti si mette in discussione se stessi [3].

    Se lo dice il proverbio

    Ricette Pulcinella chi aùtro nun pote, co’ a mugliera se corca [4]. Così recita una locuzione popolare, in uso in Campania da tempo immemorabile, attribuita al personaggio più rappresentativo della tradizione locale, Pulcinella. Questo “sfogo” rende eloquentemente il pensiero popolare: chi non può avere di meglio, si accontenti di quel che ha. L’espressione in origine aveva un senso più ampio: rifletteva lo stato di soggezione delle classi subalterne. Il detto esprime una realtà in cui anche l’ultimo degli ultimi può esercitare un potere sulla propria moglie [5]. Il motto nasce come espressione di assoggettamento di una classe popolare intera al padrone, ha un senso quindi fortemente politico legato ai diritti di una certa categoria di persone. E’ interessante come esso si sia trasformato in un’analogia dell’assoggettamento della donna al proprio marito, in un’espressione del dominio maschile, un “potere” di cui è dotato anche l’ “ultimo degli ultimi”, come scrive Tucci, per natura: poiché è uomo. Il concetto che questo modo di dire implica, è fortemente esplicativo delle relazioni tra genere del ceto popolare.

    Considerati già anticamente il “libro d’oro dei popoli”, “oggetti inalienabili di cui nessuno si può disfare”, i proverbi hanno un carattere universale che gli conferisce validità indiscutibile, in cui si racchiude la summa dell’esperienza di una collettività. E’ comprensibile dunque come donne ed uomini, anziani e giovani abbiano regolato la propria vita, affidandosi ad essi [6].

    Da profondo conoscitore delle tradizioni popolari, Giuseppe Pitrè sottolineò come il proverbio fosse il risultato “dell’osservazione e dell’esperienza più o meno costante di un certo numero di fatti” simili, la morale custodita in essi dunque non è affatto teorica, ma è “scienza della vita pratica” ovvero una guida esemplare ed essenziale a cui ricorrere [7]. Per l’autore illetterato il proverbio è essenzialmente utilitaristico. La saggezza è nella tradizione dei padri, alla quale tutti devono uniformarsi, come alla legge. La relazione tra individuo ed esperienza atavica, presente nel proverbio, consente al soggetto di giustificare le proprie scelte e al “motto” di perpetuarsi seguendo rigidi schemi. Nella cultura orale chi possedeva buona memoria era da considerarsi il più sapiente e quindi socialmente apprezzato. Il patriarca era portatore di tutto quel bagaglio di usi, indicazioni ed esperienze, che trasferiva oralmente, attraverso il suo proverbiale parlare. Per i più giovani ed inesperti il nonno era il maestro; per la donna era l’uomo dal forte ascendente morale; per gli amici, colui che conosceva i proverbi era il giudice a cui appellarsi per i buoni consigli [8].

    Ci si rende conto allora del significato condizionante di certi pensieri espressi, di certe credenze, oserei dire quasi superstiziose, che condizionavano opinioni e modi di fare degli uomini verso le donne e delle donne verso lse stesse e verso le altre donne. Le espressioni proverbiali assumono così un profondo significato nella ricerca dell’identità collettiva, poiché essi riproducono la sintesi dell’ideologia di un popolo, disegnano la continuità delle concezioni sul mondo di un gruppo, risultano utili indizi per la comprensione della vita e dei pensieri delle generazioni che si sono susseguite.

    Femmena nulla bona est e si bona est pigliala e menala pe la fenesta
    La donna non è buona a nulla e se buona è prendila e buttala dalla finestra

    Il proverbio è piuttosto categorico, non sembra rispettare la dignità né il prestigio della donna. L’estrema sentenza napoletana esclude anche la donna considerabile buona. Ma secondo Alberto Consiglio, autore di Dizionario Filosofico Napoletano, nel proverbio è possibile intuire la schiettezza del napoletano che nasconde dietro il velo del disprezzo verso la donna oppressa, serva e schiava, il timore del suo potere, del suo fascino, della sua astuzia e dei suoi “malefici” [9].

    In passato le discriminazioni avevano nel loro sessismo lo scopo di piegare la donna alla volontà di una società maschilista, che riduceva l’essere “femmena” alla sola funzione della procreazione. Si fa passare per ancestrale la passività indotta nella donna, che sottostà al “dovere coniugale” senza provare emozioni, che supporta (e sopporta) il rigido schema matrimoniale, sottinteso da un determinato funzionamento della famiglia. Da notare che nei vari dialetti campani presi in esame, la donna è indicata con il termine “femmena” [10], l’uomo invece non è definito “masculo” ma “ommo” [11]. Questo uso di termini di genere differenti sembra avvalorare l’insegnamento culturale, che attraverso il proverbio si vuole tramandare, sulla differenza di status sociale e soprattutto morale tra l’uomo e la donna.

    Della donna non ci si deve fidare …

    ‘ O barbiere te fa bello, ‘o vino te fa guappo e ‘a femmena te fa fesso
    Il barbiere ti fa bello, il ti fa forte e la donna ti fa fesso

    * A quattro cose nun crèdere màje: cielo chiaro è vierno, nuvole d’està, làcreme ‘e femmena e carità de muonace!
    A quattro cose non si deve credere mai: il cielo limpido d’inverno, nuvoloso d’estate, alla donna e alla carità deimonaci

    * Cu’ femmene, cu’ amice e cu’ sbirre nun te fidà maje
    Di donne, degli amici e della polizia non ti fidare mai

    * Chi se cunfida’ a femmena, chillo è pazzo
    Chi si confida con una donna è pazzo

    * Chi a femmena crede, parraviso nun vede
    Chi crede alla donna, non avrà pace

    * Maro’ a chill’ommo ca presta fede ‘a femmena,
    Povero quell’uomo che dà fiducia alla donna

    * Nun dice mai li fatti a mugghereta
    Non raccontare mai i fatti tuoi a tua moglie

    Questi proverbi danno tutti la stessa prescrizione: di qualunque donna non puoi e non devi fidarti. E’ evidente la rappresentazione di una figura femminile alla quale non si può in alcun modo fare affidamento, anzi il fidarsi sarebbe atto di leggerezza, di scempiaggine, seppure si tratti della donna con cui si dividono la casa, il letto, la vita. Che sia una marcata ostentazione di pregiudizio è chiaro dal fatto che non vi sono spiegazioni riguardo questa rappresentazione, non è addotto infatti alcun motivo secondo cui la donna sia meno affidabile di qualunque uomo.

    … ella è disonesta per natura

    * ‘A femmena bona, si tentata, resta onesta, nun è stata bona tentat
    La buona donna, se tentata resta onesta, non è stata tentata bene

    * De femmena onesta una ‘nce ne steve e addiventaje Madonna
    Di donna onesta una ce n’era e diventò Madonna

    * Tanta vôta va na fémmene a’’feste, ca addevente disoneste
    Tante volte va una donna alla festa, che diventa disonesta

    * ‘A femmena è cummè ‘ a castagna: bella ‘a fora e ‘a dinto cu’ ‘a magagna
    La donna è come la castagna: bella fuori e dentro nasconde la magagna

    * La femmena ha le mmalizie comm’’a granatella ‘nfilate a cciento p’’ogne capillo de la capa
    La donna ha tante malizie come se fossero cento ametiste infilate tra i capelli

    * Tutt’ ‘e peccati mortali so’ femmene
    Tutti i peccati mortali sono femminili

    La disonestà a cui fanno riferimento i proverbi è chiaramente a carattere sessuale. L’uomo diffida della donna e dà per scontato che non sia in grado di essere fedele perché essa è un essere debole: la carenza di forza fisica è associata alla carenza di forza morale. In quanto essere debole, la “femmena” si fa furba ed impara a servirsi dell’inganno e della menzogna per coprire la sua congenita debolezza, senza scrupoli. L’uomo sa bene che attraverso il sesso, la donna riesce a manipolarlo e teme questa sua capacità.

    Lo sciopero delle mogli, ovvero la negazione del dovere coniugale, è un archetipo legato a questa manipolazione temuta dall’uomo, ma è anche un fenomeno rintracciabile nell’era contemporanea. Le moderne Lisistrata [12] sono tante, ma al contrario dell’immagine negativa di concezione maschilista, sono donne che, con l’unico mezzo che hanno a disposizione, contribuiscono a costruire pace e civiltà, in luoghi dove i loro diritti, le loro opinioni non hanno peso, esattamente come le donne dei proverbi. Nel 2011 la commissione norvegese del Premio Nobel ha deciso di assegnare il premio a tre donne africane [13], che hanno lottato per la pace e per i diritti delle donne nei loro paesi, anche con lo sciopero del sesso [14]. Sempre nel 2011 nei villaggi di Mindanao, Filippine, le donne hanno ottenuto la fine del conflitto armato tra famiglie, praticando lo sciopero del sesso finché gli uomini non avessero depositato le armi. La cosa interessante è che si realizzano le stesse condizioni della commedia di Aristofane: le donne delle fazioni nemiche, si sono coalizzate per organizzare insieme lo sciopero del sesso. Oggi l’Onu riferisce che la pace regna sull'isola di Mindanao [15]. Infine in Columbia le donne di Barbacoas hanno praticato tre mesi di sciopero delle “gambe incrociate” al fine fare pressione sulle autorità locali per la costruzione di una strada che porti al loro villaggio, isolato da ogni servizio e struttura. Lo sciopero è terminato con l’impegno delle autorità. Come ha già mostrato l’analisi dei proverbi di una cultura popolare così lontana da quella dei villaggi colombiani, molti mariti hanno affermato che avrebbero preferirebbero uno sciopero della fame. Anche qui le donne di questi uomini hanno affrontato la situazione con l’unico modo a loro disposizione di far sentire la loro voce, poiché soprattutto loro era il disagio dell’isolamento del loro villaggio: gravidanze, mortalità infantile, istruzione, cura dei bambini [16].

    La cultura popolare di un gruppo sociale inquadrato in determinato contesto storico–geografico, come quella rappresentata dai proverbi esaminati, può diventare uno strumento utile alla lettura di fenomeni umani in senso più esteso, messi in atto nella complessa realtà contemporanea. L’iconografia femminile proverbiale, infatti, aiuta a comprendere come un modo di agire femminile corrisponda alla realizzazione di una volontà e una coscienza di genere: uno stile comportamentale, una strategia dal carattere universale, rintracciabile nonostante le distanze temporali e spaziali.

    Sull’opportunismo femminile

    * Pate, Figlio e Spirito Santo aggià truvato ‘o fesso ca me campa
    Padre, Filgio e Spirito Santo ho trovato il fesso che mi mantiene

    * ‘O Lavenaro: scenne ‘o marito e sagli ‘o cumpare
    Al Lavinaro: scende il marito e sale l'amante

    * Quannu la fémmena òle filà...face chjove e nevecà
    Quando la donna vuole, è capace di fare miracoli

    * ‘A mugliere è ssiconde pane, ma si nun te staie accorte tt’ u lleve ra mane
    La moglie è il secondo pane, ma se non stai attento te lo toglie dalle mani

    Le donne qui descritte non sottostanno al controllo dell’uomo, piuttosto si liberano audacemente dal dominio maschile, adottando comportamenti strategici con i quali modificano la realtà in base alle loro necessità. La loro astuzia si conferma come eversiva. Assodato il fatto che la donna sia bugiarda per natura, troviamo codificati nel parlare proverbiale i diversi modi in cui essa è capace di mentire, ingannare, manipolare l’agire maschile. Tali pratiche sottolineano la complessità dell’esercizio femminile di questa strategia di sopravvivenza quotidiana.

    Sugli strumenti femminili

    a) La parola

    * E’ cchiù facile che na femmena trova na scusa, ca nu sorece nu vuccolo
    E più facile che una donna trovi una scusa che un topo un buco

    * Chello ca te dice lo specchiale, nun te lo dice soreta carnale
    Quello che rivela lo specchio, non te lo rivela tua sorella

    * Quanno la femmena nun vole vasà dice ca le puzza lu iato
    Quando la donna non vuole concedere il bacio, dice che le puzza l’alito

    * Quanno la femmena nun vole fottere dice ca le ‘ntroppecheno li pili
    Quando la donna non vuole fare l’amore, sostiene che le si annodano i peli

    * A lu fusare nu mmànghene fuse, a la puttane nu mmànghene scuse
    Al filatore non mancano fusi, alla prostituta non mancano scuse

    * I pparole ri ffémmene se ténene pe sserenate
    Le parole delle donne si considerano al pari di una canzone

    * Fa cchiù ‘na femmena cu meza parola ca ‘no mascolo cu ciente fatte
    Ottiene di più una donna con mezza parola che un uomo con cento fatti

    La donna è scaltra, sa bene come destreggiarsi tra gli eventi e, soprattutto quando ne ha bisogno, riesce a trovare argomentazioni impeccabili per la sua difesa. Temendo la capacità della donna di riuscire a raggirarlo, l’uomo cerca di prendere il sopravvento imponendole con “prepotenza” il silenzio. La prepotenza è da intendersi culturale ovvero viene resa socialmente apprezzabile la donna che non parla molto, che non esprime le proprie opinioni, che esegue le direttive del marito in silenzio.

    Ecco perché la riservatezza e soprattutto il silenzio di una donna sono considerati addirittura fondamentali per la buona riuscita di un matrimonio [17]. In un passo della Bibbia si sostiene che beato è l’uomo che ha una donna virtuosa: lunga e felice sarà la sua vita. Fra le caratteristiche di una moglie virtuosa c’è proprio il silenzio, addirittura una donna e moglie silenziosa è definita un dono di Dio [18].

    b) Il pianto

    * Nun credere a ommo ca giura, a femmena ca chiàngee, a caavallo ca sura!
    Non credere a uomo che giura,a donna che piange, a cavallo che suda

    * La femmena quando chiagne prepara lu ‘ngnostro pe’ te tenge [19]
    La femmina quando piange prepara l’inchiostro per tingerti

    * Quanne ‘a vérele chiangne assaje, già penze a n’ âte ca addà trase [20]
    Quando la vedova piange molto, già pensa ad un altro che deve entrare

    * ‘A puttana è comm’ a jatte: chiangne e fotte [21]
    La prostituta è come il gatto: piange e sfrutta

    c) I gesti affettuosi e la malizia

    * ‘A mugliere è secondo pane: vène, tt’accarezze e tt’u leve e mane
    La moglie è il secondo pane:arriva, ti accarezza e te lo toglie dalle mani

    * ‘A femmena è comm’o mastrillo apparato
    La donna è come la trappola preparata a funzionare

    * Malizia a lu munno nu l'acchj:la téne la fémmena,la órpa e la curnàcchja
    Non c'è malizia al mondo come quella della donna,della volpe e della cornacchia

    d) L’ astuzia diabolica

    * Ré fémmene ne sanne una ré cchjù ré lu riàulo [22]
    Le donne ne sanno una più del diavolo

    * ‘A fémmene mette nu punte a coppe au riàvele
    La donna mette un punto in più del diavolo

    * ‘A fémmene téne ll’astuzie ru riavele
    La donna ha l’astuzia pari al diavolo

    * ‘A fémmene è cchiù furbe ru riavele [23]
    La donna è più furba del diavolo

    La donna ha la capacità di abbindolare l’uomo con facilità, facendo leva sulle debolezze di quest’ultimo, in particolare attraverso la provocazione sessuale. La consapevolezza di tale debolezza ha dato origine, nell’immaginario maschile, al timore di diventare un burattino nelle mani della donna.

    Le donne di “malaffare” e le donne per bene, c’è differenza?
    E possibile dalla letteratura proverbiale ricavare un piccolo bestiario delle tipologie femminili di cui il maschio deve diffidare. Le tipologie sono attribuibili attraverso caratteristiche diverse, fisiche e morali, ma in realtà sembra proprio che il risultato, qualunque sia la categoria di appartenenza, sia lo stesso: non fidarsi.

    * Guardate da ‘e puttane, ma nun te fidà d’ ‘a bona!
    Guardati dalle prostitute, ma non fidarti della donna per bene

    * Chelle ca nun s’è ammaritate, o è ffàveze o nun l’ave truvate
    Donne con caratteristiche fisiche singolari

    * Nun te fidà d’’e muonace e d’’e femmene baffute!
    Non fidarti dei monaci e delle donne baffute

    * Ommo e femmena senza culore, o fauza o traditore
    Uomo e donna senza colorito o sono falsi o traditori

    * Femmena senza culore, o frauza o traretora
    Donna pallida, falsa o traditrice

    L’eccezione che conferma la regola

    Ammore è mamma: nun te ‘nganna
    L’amore di una madre: non ti inganna

    Il messaggio che attraverso i proverbi si è voluto tramandare è chiaro: della donna non c’è da fidarsi. Mente con le parole, con i gesti, con il pianto, ma non c’è da fidarsi di qualunque tipo di donna si tratti, qualunque sia la caratteristica mentale o fisica che essa abbia. L’immagine che viene fuori da tale saggezza popolare è certamente negativa. Il sessismo anima uno stereotipo femminile, reso proverbiale e quindi fruibile a tutta la comunità e nel tempo, come sapere utile alla gestione della vita. La donna in quanto tale acquista caratteristiche di menzognera e ingannatrice; così accanto al pregiudizio vive un atteggiamento di tolleranza verso la disonestà femminile, fatto che sottolinea la naturalità attribuita a queste caratteristiche. I proverbi dunque insegnano la falsità e l’opportunismo femminile come un dato di fatto, da conoscere e gestire, accettandolo. In pratica la donna mente perché è donna, tanto vale farsene una ragione. Ma se da un lato emerge lo stereotipo sessista che cerca di sottomettere la donna, facendole perdere credibilità e quindi peso sociale; dall’altro c’è un’effettiva strumentalizzazione femminile della bugia, per non soccombere alla sopraffazione maschile. Ecco che si realizza la menzogna come strategia di sopravvivenza sia per il singolo individuo, la donna nel suo quotidiano, che nel gruppo sociale, la comunità femminile . In una condizione di svantaggio - fisico, sociale, esistenziale – la donna controlla la realtà attraverso la bugia, modificandola per ottenere i propri scopi in modo alternativo, laddove le manca ogni tipo di possibilità, e realizzando effettivamente quello che all’occhio dell’uomo è il comportamento opportunista. Le chiacchiere, le lacrime, le carezze e gli ammiccamenti permettono alla “femmena” di catturare l’attenzione maschile e di manipolarla. Ancora una volta il proverbio ci viene incontro:

    * Chi forza nun have s’arma de ‘ngegno
    Chi forze non ha si armi di ingegno

    * Stipete la menzogne pe quanne t’abbesogne
    Conserva la menzogna per quando ne avrei bisogno

    Se un alieno, un essere intelligente ed avulso dal nostro sistema di genere, si imbattesse in una raccolta di proverbi di questo tipo, è probabile che si farebbe un’idea alquanto precisa della “femmena”, riconoscibile dall’ampia ed “empia” gamma delle sue caratteristiche così accuratamente esplicate nel motti antichi: le intenzioni di ingannare l’uomo, la sua inaffidabilità, le “armi di manipolazione di maschio”, la scaltrezza, le bugie. Non avrebbe però la minima idea del perché si dice ciò della donna.

    Donne favolose e bugie fantastiche

    Basate su principi che risalgono all’origine delle civiltà, le fiabe hanno preso forma gradualmente. Nella sua varietà di trame e vicende, la fiaba, come qualunque fenomeno di costume o espressione culturale, rivela idee, usanze e mentalità degli uomini che l’hanno formulata, modificata ed ascoltata nel tempo. Tra questo materiale ideologico non mancano i pregiudizi, conservati e giunti fino ai giorni nostri. Nella nostra analisi è importante tenere presente che, in quanto prodotto della tradizione popolare, la fiaba rappresenta la proiezione ideale di ciò che il ceto popolare ha temuto o desiderato. Incrociando il piano del significato simbolico e fantastico al contesto storico - sociale, si arriva alla conclusione che la fiaba non è esclusivamente un’opera letteraria, ma anche documento del passato [24].

    Tempo fa le fiabe erano una forma di vero e proprio intrattenimento, infatti erano destinate anche al pubblico adulto. Nella letteratura fiabesca è possibile distinguere infatti le varie categorie, a seconda del target di destinazione: pedagogiche, fantasmagoriche, di magia, ridicole e grottesche, pragmatiche, sanguinose ed oscene, etc. Ebbene in tutte queste categorie è possibile rintracciare come la cultura non ufficiale rappresentasse le donne che, in un’epoca così dura, sono state costrette a reagire alle situazione che la vita metteva loro davanti, per imporre in qualche modo la propria volontà [25].

    L’interessante caso del Pentamerone

    L’Italia possiede nel Cunto de li cunti o Pentamerone di Giambattista Basile il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari; com’è giudizio concorde dei critici stranieri conoscitori di questa materia, e, per primo, di Iacopo Grimm […]. Eppure l’Italia è come se non possedesse quel libro, perché, scritto in un antico e non facile dialetto, è noto solo di titolo, e quasi mai nessuno più lo legge, nonché nelle altre regioni, nemmeno sul suo luogo d’origine, Napoli [26].

    Lo scrittore Giambattista Basile ebbe uno spiccato interesse per le fiabe che le donne del popolo raccontavano, per i motti ed i proverbi che racchiudevano la loro sapienza sulla vita [27], ritenendoli a tal punto interessanti da decidere di adattarli alla moda letteraria del XVII secolo, nella raccolta del Pentamerone [28].

    I personaggi di cui Basile scrive, creano una corrispondenza tra la dimensione fiabesca e dimensione ordinaria della vita: così un’orchessa non è altro che una contadina gelosa del proprio orto; la tenerezza delle bambine povere che cedono il cibo a donne anziane rappresenta la generosità delle ragazze umili; la schiva onestà e l’intelligenza delle sue fanciulle, perseguitate dalla cattiveria e rimunerate dalla buona fortuna è un insegnamento pedagogico. L’atteggiamento moralista è reso esplicito dalle sentenze sull’ingratitudine, sulla gelosia, l’invidia, l’incoercibile curiosità delle donne e la loro astuzia, seminate lungo tutto il testo [29]. In opposizione alla gamma di personaggi femminili positivi, nelle storie del Pentamerone, vi è una vasta gamma di figure di donne disoneste e malvagie. Ed è proprio a questa tipologia femminile che la bugia si accompagna, come strumento d’inganno e strategia per ottenere i propri scopi, a discapito di qualcuno di onesto.

    Fra i parenti più crudeli delle fiabe popolari, la più frequente è indubbiamente la matrigna. Il personaggio della matrigna infatti si trova spesso in situazioni dove il suo intervento diviene fulcro della storia [30]. La gatta Cenerentola, la fiaba della raccolta napoletana più diffusa, in diverse varianti, in altri paesi e culture, è animata da un triangolo femminile: la protagonista, Zezolla, ingenua orfana di madre; la matrigna “donna rabbiosa, maligna e posseduta dal diavolo” e la maestra, caratterizzata da ambivalenza ed opportunismo. L’inizio è promettente: la matrigna odia la figliastra. Zezolla è spaventata dalla matrigna e, per risolvere il problema, ricorre alla maestra, donna della quale si fida ciecamente. La maestra è un personaggio che suscita particolare interesse: passa infatti dallo status di donna positiva a quello di figura femminile negativa. Inaspettatamente la maestra suggerisce come soluzione alla giovane di mettere in pratica un terribile inganno: Zezzolla deve spingere la matrigna in una trappola ed eliminarla fisicamente. E tutto parte con una bugia ben congegnata:

    Appena tuo padre esce, dì alla matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi, che stanno nel cassone grande, per risparmiare questo che porti addosso [31].

    La maestra però aggiunge una clausola: Zezolla avrebbe dovuto convincere il padre a prenderla in moglie. Può sembrare assurdo, ma la ragazza, seguendo le istruzioni dell’ amata maestra, uccide la matrigna. A questo punto la maestra si rivela una donna subdola che, dietro a finti buoni propositi, nasconde i propri interessi. Il matrimonio con il padre di Zezolla, trasforma la donna da maestra in matrigna, al pari della precedente. Il personaggio della maestra suffraga dunque la doppiezza, tipicamente accostata alla donna che la cultura popolare esprime, secondo cui anche la donna dotata di una parvenza di onestà, è solita fare uso di menzogne e sotterfugi per ottenere i propri scopi, anche a discapito degli affetti, come accade per Zezolla.

    Altri racconti popolari campani

    Una corposa parte dei racconti popolari consiste in “semplici facezie ed aneddoti” , composti da un unico motivo narrativo [32].

    Esiste una serie di narrazioni popolari, aneddotiche e licenziose, a sfondo erotico e satirico, detti racconti grassi, che narrano di una donna oggetto ossessivo dei desideri degli uomini, bugiarda, infedele, lussuriosa ed inaffidabili [33].

    Il contenuto di questa categoria di narrazioni emana caratteristiche di una concezione maschilista della donna, ma soprattutto ciò che gli uomini temevano delle donne: nei racconti erotici, ansie e paure si mescolano a fatti reali, plasmando l’immaginario maschile e femminile. Questo genere di racconti, nella sua specificità, rappresenta anch’esso le donne come coloro che strumentalizzano la sessualità a proprio vantaggio, simulando la seduzione e la utilizzano come mezzo di inganno [34].

    La reliquia di San Cipriano [35]: un carrettiere torna inaspettatamente a casa, mentre la moglie si stava intrattenendo con un frate. La donna mette in salvo l’amante e per svincolarsi dai sospetti del marito mente, mettendo in atto la temuta seduzione pilotata.

    Che facevo? Stevo a llietto e penzavo: “Ah, si mò ce stesse ccà maritemo, me ne facesse una!” Cosa facevo? Ero a letto e pensavo: “Ah, se ci fosse mio marito con me, ne farei una!”

    Con questa trovata la moglie ottiene il proprio scopo: distoglie l’attenzione del marito dal suo adulterio.

    Sig.: - Embè, io sto ccà! Parto dimane.
    - E allora, io sono qui! Parto domani.
    Sig.ra: - E ghjammo ncoppa! -. Se ne jettero ncoppa, e ‘o marito facette ll’ùrdema posta che nun aveva fatt’’o prievete.
    - E saliamo sopra!-. Se ne salirono al piano di sopra ed il marito compì quello che il prete non aveva portato a termine.

    Nonostante la rappresentazione esasperata del comportamento femminile, le vicende, se pur di fantasia, contestualizzate, trovano riscontro in quella società tradizionale dove anche il matrimonio era lo scambio della sistemazione: denaro, lavoro, casa in cambio di cure domestiche e cura della prole, in un sistema di relazioni sessuali. L’enfasi della sessualità femminile è sintomo del carattere maschile di questi racconti, realizzati dagli uomini e destinato agli uomini [36].

    Il cunto grasso o spuorco è un racconto maschile, connesso ad una materia che prende forma in racconti segreti, trasmessi in ambiti determinati, da narratori specializzati. Lo specifico contenuto dei cunti spuorchi rende le narrazioni particolarmente funzionale, assoggettate ad un uso specializzato: il racconto poteva comprendere infatti indovinelli, wellerismi, proverbi, detti e tutta una serie di materiali espressivi relativi alle relazioni sessuali, alla vita sociale e matrimoniale. Tenuta dunque in luoghi in cui donne e ragazzi non erano ammessi, la composizione del pubblico ne determinava la performance [37].

    La totale esclusione della audience femminile non ha permesso nel tempo di porre sotto verifica tutta quella serie di saperi contenuti nei racconti erotici, validando o invalidando i loro fondamenti.

    La conseguenza è che nella maggior parte dei racconti le donne tramano inganni ed intrighi amorosi e si destreggiano con astuzia tra le menzogne e le loro tresche [38].

    Che sia una produzione culturale stereotipata è evidente se si prende in considerazione la narrazione di competenza femminile ovvero l’insieme delle tematiche tipicamente femminili: nel repertorio narrativo femminile le donne risolvono enigmi, si travestono da uomo, affrontano disavventure; la donna non resta subordinata all’uomo, anzi ne prende il posto, per determinare la conquista di un ruolo sociale [39].

    Nel quadro narrativo fiabesco è frequente un uso femminile della bugia come strategia per riuscire a sopravvivere in una posizione subalterna, in un contesto maschilista. La donna sembra rimediare alla carenza di libertà d’agire, che investe il suo ruolo sociale, con la possibilità di modificare la realtà e gli eventi per ottenere scopi, in propria difesa, ma non di meno in difesa della prole e del consorte.

    La fiaba diventa parabola della vita quotidiana, da cui trarre insegnamento, la sua morale non si riduce al “finale”, ma si estende per l’intero percorso narrativo [40].

    Le figure femminili di cui si narra più frequentemente sono quelle appartenenti alla dimensione familiare (mogli, matrigne, figlie, figliastre, zie, nipoti), al vicinato (vicine di casa, comare) e al lavoro (moglie del padrone). Ma si possono trovare figure femminili generiche, come è stato riscontrato in due cunti vecchi dell’Irpinia. In Lo vagnolese e la moglie [41] un uomo è ingannato dalla “mogliere” e da una “vecchia”; in Lo vagnolese chi volia accattà lo cavallo [42] a mentire al protagonista è “na femmena, chi vennìa cocozze a cantaro” [43]. La genericità della due narrazione rende le due donne scarsamente riconoscibili e sembra quasi sottolineare che l’episodio non parli di una, ma generalizzi sulla disonestà di tutte le donne.

    Quando l’azione è ambientata esclusivamente in un contesto legato alla povertà o alle classi contadine, la moglie è marcatamente rappresentata come bugiarda, è associata spesso all’intrigo e si fa scudo della menzogna per coprire le proprie colpe. Al contrario il marito, è rappresentato come in buona fede, che si dedica al lavoro. In Lo riavolo a garzone [44], “no bonomo” [45], si allontana spesso da casa a causa del lavoro. L’allontanamento del buon consorte permette alla moglie di mettere in atto le sue tresche. Le relazioni extraconiugali indicano che moglie non ama il marito: il matrimonio è rappresentato forma di sfruttamento del marito e del suo lavoro, da parte della donna, finalizzato al mantenimento. Significativo è il racconto avellinese ‘E ddui vecchi e ‘a morte [46] in cui una vecchia donna, mentendo, ostenta continuamente il suo desiderio di voler morire prima del marito.

    Faceva 'a mogliera: - No' nza mai succéde quaccòsa a tte! I' voglio morì prima io, mai tu.
    - 'A morte a chi vole se piglia. - responnìvo 'o marito.
    - None, none… è meglio si 'a morte se piglia prima a mme. Comme fazzo senza 'e te?

    La moglie sosteneve: - Mai succeda qualcosa a te! Voglio morire per prima io, mai tu.-
    - La morte chi vuole, prende.- rispondeva il marito
    - No, no… è meglio se la morte prende prima me. Come faccio senza di te?

    Il tentativo della vecchia signora è evidentemente quello di dare ad intendere di amare il marito più della propria vita. Il marito, però, non crede alle parole della moglie, così la mette alla prova, fingendosi malato e in fin di vita. Un “compare” finge di essere la Morte e la donna di fronte alla scelta, opta per la morte del marito. A quel punto l’anziana donna viene sbugiardata. Il racconto descrive una donna, che nonostante la veneranda età, si trova costretta a confermare il ruolo di “buona moglie”, con l’uso della bugia. Si può ipotizzare l’esistenza di bugie di rappresentanza, che le donne sosteneva per apparire mogli esemplari agli occhi del marito e del gruppo sociale. Essendone consapevole, l’uomo trova le parole della donna poco credibili. Nel cunto l’uomo deve ricorrere a forze soprannaturali per svelare la bugia, come una necessità, chiamando in causa addirittura la Morte.

    Ma il genere femminile non non mente esclusivamente per egoismo, ma anche per svolgere quella funzione di protezione materna che il suo ruolo sociale le assegna.

    A’ Vereva ca teneva ‘o figlio scemo [47] è la storia di una madre che deve rimediare ai pasticci del figlio, non troppo sveglio, trovandosi a mentire persino alle autorità. La donna, con una serie travisando i fatti, riesce a non far ricadere la responsabilità dell’omicidio del monaco, che approfittando dell’ingenuità del ragazzo lo aveva ingannato, nonostante il figlio fosse effettivamente colpevole.

    - No' 'o state a sentì - fece 'a mamma - Fìglimo è no poco scemo, è romasto comm'a no criaturo -
    No' 'a crerèttero. Na guardia se calavo rind' 'o puzzo. 'O puzzo era nfuto, e non se veréva.
    - Ch'è truvato? - addommannàvo 'o capo.
    - Qua nc'è na cosa… - responnivo chillo abbascio - ma 'o monaco teneva na sottana 'e lana?-
    - Noni, teneva no mantello - chillo a coppa.
    - … e 'o monaco teneva 'e corna? - chillo a sotta.
    - Chisti mò non so' fatti mia. - responnìvo 'o capo. Quanno 'a guardia nghianàvo ncoppa 'o piecuro, risse 'a mamma: - T'aggio ritto io? Qua monaco e monaco jati truvanno vui? Chillo fìglimo se l'è sonnato! -

    - Non ascoltatelo – disse la madre – Mio figlio è un po’ scemo, è rimasto un bambino –
    Non le credettero. La guardia si calò nel pozzo. Il pozzo era buio e non si vedeva nulla.
    - Che hai trovato?- domandò il capo.
    - Qua c’è qualcosa …- rispose l’altro – ma il monaco aveva una sottana di lana? –
    - No, aveva un mantello – quello sopra.
    - … ed il monaco aveva le corna? – quello sotto.
    - Questi non sono affari miei – rispose il capo. Quando la guardia tirò su il caprone, la madre disse: - Te l’ho detto? Quale monaco e monaco cercate? Quel mio figliolo, se l’è sognato! -

    In una situazione drammatica, la donna trova come unica soluzione la menzogna. La bugia però serve sì a proteggere il figlio dall’errore commesso, ma soprattutto serve come difesa dal sopruso (in questo caso del clero), in un contesto dove si ha una posizione di svantaggio, quale quella di madre sola e in miseria.

    In La principessa che se ne fugge [48], tra l’anziana serva dell’orcoe la bambina non c’è alcun legame di appartenenza. Nonostante ciò la donna decide di mentire al suo padrone, per salvare la vita alla bambina.

    “Padrone”, urlò la serva, “con una scorreggia avete fatto una bimba. Siete papà! Siete papà!”

    La figura femminile viene rappresentata come pratica all’uso della bugia nella gestione del quotidiano e ci sono cunti dove la donna non mente in prima persona, ma assume il ruolo di suggeritrice, ma sempre in funzione di uno scopo. I fruitori di tale “prestazione d'opera” sono sia uomini che donne meno esperte. Nel caso del suggerimento, la bugia svolge due funzioni. La prima, insegnare a chi è meno atto alle vicende della vita a gestire le situazioni facendone uso. Accade in La femmena cu’ lu prevete [49]: una moglie fedele ed onesta, viene spinta da una “vecchia” a cedere alle avances di un prete. Inizialmente la giovane moglie si rifiuta, poi si lascia convincere. Emblematica è l’espressione usata dalla vecchia, “te ro’ ‘i ‘a via” [50], che sottolinea proprio l’intenzione dell’anziana di insegnare alla giovane moglie come riuscire a divincolarsi con destrezza, tra gli intrighi. La stessa tipologia di comportamento è presente nel racconto, della zona di Mondragone [51], Il cavaliere e la fanciulla [52] in cui un “vecchio cavaliere” corteggia una fanciulla, troppo giovane per lui. La madre della ragazza insegna così l’arte dalle menzogna alla figlia, al fine di riuscire a ricavare denaro da un tranello congegnato nei confronti dell’anziano uomo. Mentre la madre istruisce la figlia su come raggirare il cavaliere, usa espressioni quali “Sienteme a me” [53] o “Nun te preoccupà!” [54] Sebbene le bugie elaborate a discapito del cavaliere siano sempliciotte, la madre decide di trasmettere alla propria figlia un modus agendi, consapevole della sua utilità, in una situazione di povertà come la loro. In entrambi i cunti è presente la generazione femminile anziana che trasmette, alla generazione femminile successiva, l’uso della bugia come modalità espressiva di una strategia di sopravvivenza, per gestire le situazioni e ribaltare lo svantaggio in tornaconto.

    L’altra funzione della bugia suggerita è la protezione di un soggetto in difficoltà, che nella vicenda è legato alla donna suggeritrice di menzogna. Proprio di quest’ultimo caso si racconta nel già menzionato Lo vagnolese e la mogliere. [55]

    No vagnolese tenìa na mogliere chi no facìa figli e no passava sommana chi no li facìa na bona ventolina re mazzate, pecchè no facìa figli; ma la mogliere, no potenno chiù sopportà tanta mazzate, se la facette co na vecchia, pe berè re scanzà re mazzate chi a ogni pelea li rìa.

    Un bagnolese aveva una moglie che non riusciva ad avere figli e non passava settimana che non la picchiasse perché non faceva figli; ma la moglie, non potendone più di tante mazzate, si rivolse ad una vecchia, per trovare un sistema per evitare le botte.

    Come si capisce bene, la protagonista del cunto ricorre all’aiuto di una donna più anziana, di esperienza, spinta da una situazione di forte disagio, quella che oggi si definirebbe violenza domestica, che non riesce più a sostenere. A quel punto la vecchia donna le suggerisce di mentire al marito fingendo di essere in cinta.

    Tu sai che hai ra fa? A picca a picca mitti panni sotta e fa verè che si prena e pe lo riesto nge penzo io.

    Sai cosa devi fare? Mano mano metti dei panni sotto al vestito e fai sembrere di essere incita e al resto ci penso io.

    Il racconto si sviluppa così in una serie di bugie e sotterfugi elaborati dalla “vecchia” con la complicità della giovane moglie, precedentemente istruita. Le due donne riescono a far credere al marito che il bimbo nato, è morto per il malocchio. L’inganno si compie e la moglie ottiene lo scopo per il quale è stata costretta a mentire: non subire più maltrattamenti dal marito.

    L’eccezione alla regola la troviamo in ‘O cunto ‘e ‘Ntippo [56]. La storia infatti narra di una donna, che molestata da un monacu, insolitamente chiede aiuto al marito. Fingendo di accettare le avances del monaco, la donna, complice del marito, lo attira in casa, dando a intendere che il marito sia fuori. Il monaco accetta l’invito, ma invece di trovare una donna docile, trova un marito arrabbiato e una solenne bastonatura. Questo lo convince a lasciar perdere la donna. Esaminiamo ora l’eccezione: nonostante in questo racconto sia il marito ad ordire dell’inganno e ad istruire la moglie, è lei a dover sostenere la trappola. La donna dunque svolge, come sempre, il ruolo di colei che pronuncia la bugia. La trama ordita contro il monaco, gioca sulla strumentalizzazione della sessualità, di cui gli uomini temono di essere vittima. Anche in questo caso la donna si libera da una situazione di molestie, di svantaggio e degrado, grazie alla bugia.

    In ultima analisi è interessante prendere in considerazione la fiaba mondragonese La vecchia e il re [57], che racconta di una vecchia che si ostina a dire sempre e solo la verità. Il modo di fare dell’anziana donna ha come conseguenza il suscitare l’antipatica di tutti i compaesani. La vecchia però non si trattiene a dire la verità davanti a nessuno, nemmeno innanzi al re:

    Il re chiese: - E’ vero che vai dicendo che ho i pidocchi? -
    La vecchia subito: - Sì, maestà, è vero perché tu ce li hai veramente -

    Alle affermazioni veritiere della donna, il re si adira talmente che decide di farla legare e calare in un pozzo. Ma quando la vecchia è completamente calata nel pozzo, continua a sostenere che il re abbia i pidocchi, fino a che non perde tutte le forze e le restano solo i gesti. La fiaba non lo dice esplicitamente, ma è facile ipotizzare che la vecchia muoia nel pozzo. Del resto se pure non vi morisse, l’anziana donna perde la voce ovvero lo strumento d’espressione delle sue verità assolute. Osserviamo come il racconto ci presenta una donna, che non fa altro che dire la verità, sempre, non come personaggio positivo: la vecchia risulta antipatica a tutti, per la sua mancanza di tatto; i suoi rapporti interpersonali non sono mediati da nessuna forma di diplomazia socializzante, che comporta la buona educazione. Ecco perché il re, rappresentante dell’ordine sociale, è costretto a “chiuderle la bocca per sempre”. La verità non permette alla donna di integrarsi nella comunità, non le permette di sottostare all’ordine politico - rappresentato dal re - e principalmente non le permette di sopravvivere.

    Come abbiamo visto, la rappresentazione della donna che fa uso della bugia è vasta e diviene parte del sapere di un gruppo sociale attraverso la cristallizzazione di questa immagine in prodotti culturali come il proverbio e la fiaba. In tutta la letteratura orale presa in esame, si arriva alla conclusione che mentire per la donna è un comportamento strategico per la sua sopravvivenza in un contesto sfavorevole. L’utilizzo della menzogna rientra in una strategia comportamentale che permette, in assenza di altre possibilità, di agire.

    Credo che l’abilità femminile nel mentire, descritta in maniera così ridondante nei proverbi e in modo “mitico” nella fiabistica, derivi dalle profonde conoscenze, da parte delle donne, delle abitudini maschili. Tali conoscenze hanno contribuito come elemento favorele nell’elaborazione di menzogne ancora più efficaci. Tali praticità e concretezza hanno sicuramente contribuito a rafforzare lo stereotipo della donna bugiarda per natura. L’ideale della donna manipolatrice ha nutrito sia il pregiudizio maschile dell’inaffidabilità femminile, che determinato un’auto rappresentazione delle donne come genere capace di mentire, per avere la possibilità altrimenti non concessa dal contesto di appartenenza. Viene fuori un immaginario con un mondo grottesco, in cui le donne non fanno altro che ordire inganni a discapito dell’uomo.

    Note

    1] Il “popolo” è portatore di determinati comportamenti e determinate concezioni. I prodotti culturali che sono “popolarmente” connotati espongono, documentano e rappresentano una particolare e specifica condizione socio- culturale ovvero rappresentano modi di concepire il mondo e vivere la vita, propri di quel gruppo in Alberto M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne:rassegna degli studi sul mondo popolare, Palumbo, Palermo, 1991, pp.12 - 15.
    2] Amalia Signorelli, Cultura popolare napoletana: un secolo di vita di uno stereotipo e di un suo riferente, p.17.
    3] Ibidem p. 17-20.
    4] Disse Pulcinella chi non può altro, si corica con la moglie.
    5] Giovanni Tucci, Dicette Pulcinella…inchiesta di antropologia culturale in Campania, Silva, Milano, 1966, pp.188;189.
    6] Stith Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, Milano, 1967p.234.
    7] Proverbi siciliani. Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Luigi Pedone Lauriel Editore, 1880.
    8] Corrado Di Pietro, Motti, detti e proverbi di Sicilia, in Cstb, Centro Studi Tradizioni popolari, www.cstb.it/cstb/index.php?page=dip_pproverbi.php.
    9] AlbertoConsiglio, Dizionario filosofioco napoletano. Detti, motti e proverbi, Benincasa, Roma, s.d., p.123.
    10] Il termine generico per esprimere l’animale opposto al maschio, nei dialetti passò ad indicare la “moglie” o la “donna” specialmente come spregiativo. La radice del termine, che è di origine latina, è la stessa di fecunsus. (DELI, Vol. III, Zanichelli, Pioltello, 1999, p.1615).
    11] Renato Rutigliano, Diceva mio nonno, MP Edizioni, s.l. , 2000, pp.63;64.
    12] Lisistrata è un’opera di Aristofene che racconta di donne che si riuniscono e decidono di applicare lo sciopero del sesso, per far cessare la guerra del Peloponneso. Questa commedia è il primo testo, oggi noto, che tratti il tema dell’emarginazione femminile e della collaborazione tra donne per uno scopo unico, che non è certo il femminismo moderno, ma mostra la consapevolezza delle donne di poter proporre ed imporre la propria volontà sul potere maschile.
    13] Il Nobel per la Pace 2011 è andato in modo condiviso ad Ellen Johnson Sirleaf, presidentessa della Liberia, a Leymah Gbowee organizzatrice del movimento pacifista che ha portato la Liberia alla fine del conflitto civile nel 2003 e a Tawakkul Karman attivista yemenita per i diritti civili.
    14] The Nobel Peace Prize 2011 was awarded jointly to Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee and Tawakkul Karman "for their non-violent struggle for the safety of women and for women’s rights to full participation in peace-building work".
    15] http://www.abs-cbnnews.com/nation/regions/09/15/11/womens-sex-strike-ends-fighting-mindanao-villages-unchr.
    16] http://www.heraldsun.com.au/lifestyle/the-other-side/colombian-women-end-crossed-legs-sex-strike/story-e6frfhk6-1226168234937; http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/aug/01/colombia-crossed-legs-sex-strike.
    17] Ilaria Rescigno, La saggezza del popolo napoletano, pp.48;54.
    18] “É un dono del Signore una donna silenziosa”, (Sir 26,11).
    19] Michele Scanzano (a cura di), Dizionario Dialettale di Andreatta in www.irpiniaonline.net/servizi/partner/goto.asp?cod=414.
    20] Domenico Apicella, I ritte antiche ovvero i proverbi napoletani, Il Castello, Cava dei Tirreni, 1972.
    21] Domenico Apicella, I ritte antiche ovvero i proverbi napoletani, Il Castello, Cava dei Tirreni, 1972.
    22] www.irpiniaonline.net/servizi/partner/goto.asp?cod=414.
    23] Domenico Apicella, I ritte antiche ovvero i proverbi napoletani, Il Castello, Cava dei Tirreni, 1972.
    24] M. Antonietta Ricotti Sorrentino, Il regno lontano, Maggioli Editore, Rimini, 1979, pp.34-41.
    25] Angela Carter, Le fiabe delle donne, Serra e Riva Editori, Milano, 1991.
    26] Benedetto Croce (a cura di), Giambattista Basile e l’elaborazione artistica delle fiabe popolari in Il Pentamerone ossia la fiaba delle fiabe, Bibliopolis, Napoli, 2001, p. XI.
    27] Benedetto Croce (a cura di), op. cit. p. XV.
    28] Basile organizzò il patrimonio delle fiabe popolari di Napoli in un “pentamerone”, al quale diede titolo Lo Cunto de li cunti overo lo trattenimento de’ peccerelli. Con ciò non intendeva sottolineare che si trattasse di un libro per bambini, al contrario, la raccolta fu concepita per lettori colti ed esperti. (S. Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, Milano, 1967, pp. XVI;XVII).
    29] Ibidem pp. 13-17.
    30] Stith Thompson, op. cit.op., p.172.
    31] Ibidem p.50.
    32] Stith Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, Milano, 1967, p.267.
    33] Ugo Vuoso, Oltre i confini del “cunto” in Fiabe Campane:i novantanove racconti delle dieci notti, Einaudi, Torino, 1994, vol.2., p.1398.
    34] Domenico Scafoglio, Racconti erotici italiani, vol. I, Meltemi, Roma, 1996, pp.42;43;44.
    35] Roberto De Simone (a cura di), Fiabe Campane:i novantanove racconti delle dieci notti, Einaudi, Torino, 1994, vol.2., p.948.
    36] Ibidem p.46.
    37] Ugo Vuoso, op. cit. pp.1398-1400.
    38] Domenico Scafoglio, Racconti erotici italiani, vol. I, Meltemi, Roma, 1996, pp.42;43;44.
    39] Ibidem p.1409.
    40] Cecilia Gatto Trocchi ( a cura di), Le più belle fiabe popolari italiane, Newton & Compton, Roma, 2003, pp. 14;15.
    41] Modestino Della Sala, Li cunti vecchi, Edizioni RO.MA., Avellino, 1990, p.142.
    42] Ibidem p.90.
    43] Una donna che vendeva zucche in un vaso.
    44] Modestino Della Sala, in op. cit., p.154.
    45] Un buon uomo.
    46] Aniello Russo (a cura di), Racconti avellinesi in www.comune.avellino.it/citta/racconti/.
    47] Si accorse che aveva un figlio tonto. Ivi.
    48] Mauro Gioielli, Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio, Iannone, Isernia, 1993, p. 233.
    49] La donna e il prete in Gaetano Amalfi, Novelluzze raccolte in Tegiano, Bologna, Forni, s.d. ., p.9;10;11.
    50] “Ti insegno io”.
    51] Comune della provincia di Caserta, situato tra la piana del Volturno e quella del Garigliano, le cui origini vengono fatte risalire all’epoca Quaternaria. I primi abitanti della zona, dopo il neolitico, furono gli Aurunci che vivevano in villaggi privi di fortificazioni e facile preda dei Romani, che li sopraffecero nel 296 a.C. fondando la colonia di Sinuessa, dove sorgeva la città greca di Sinope.
    52] Pasquale Schiappa, La fantasia e il mito: racconti mondragonesi, s.l. , s.n. , 1998.
    53] “Ascoltami”.
    54] “Non preoccuparti”.
    55] Il Bagnolese e la moglie in Modestino Dalla Sala, op. cit. p.142.
    56] Gaetano Amalfi (a cura di), op. cit. p.6.
    57] Pasquale Schiappa, op. cit.


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