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    Barbara Poggio - Orazio Maria Valastro (a cura di)

    M@gm@ vol.10 n.1 Gennaio-Aprile 2012

    RACCONTARE LA SICUREZZA SUL LAVORO … ATTRAVERSO LE STORIE DEGLI ALTRI!


    Silvia Doria

    sildoria@yahoo.it
    Dottore di ricerca in Sistemi Sociali, Organizzazione e Analisi delle Politiche Pubbliche al Dipartimento di Scienze Sociali (DiSS) della Sapienza Università di Roma. Collaboratrice didattica della cattedra Conoscenza, Apprendimento e Comunicazione dei processi Organizzativi (DiSS) . Principali interessi di ricerca: etnografia organizzativa; sicurezza sul lavoro; studi di genere; analisi delle politiche pubbliche.

    1. Introduzione

    Sicurezza sul lavoro e infortuni sono temi blindati nei discorsi ufficiali dei politici, delle istituzioni preposte al controllo della normativa, di imprenditori e dirigenti. Raccontano di operai sprezzanti del pericolo e poco inclini a rispettare le norme. Entrare in cantiere [1], però, è un’altra storia dove i “destinatari” dei discorsi dominanti diventano soggetti/attori di storie che raccontano paradossi, ricatti e fatica nel rincorrere un difficile equilibrio tra norme, diritti, pratiche di lavoro e richieste contraddittorie che sorgono quotidianamente in cantiere.

    Lo shadowing dei responsabili di cantiere [2] mi ha permesso di incontrare gli operai di diverse ditte impegnate nella costruzione di una nuova linea metropolitana a Roma. Alcuni di loro si sono incuriositi verso la mia ricerca, cercando di capire cosa stessi facendo in un contesto così duro e pericoloso [3]. Benché la delicatezza del tema della sicurezza sul lavoro abbia portato ad un’osservazione “mediata” delle pratiche di lavoro degli operai – avendo avuto accesso al campo/cantiere sempre “scortata” da un responsabile di cantiere – la possibilità di svolgere delle interviste ha prodotto racconti legati a episodi di infortuni accaduti ad attori diversi dai narratori delle storie. La portata euristica di queste storie e il loro interesse sociologico saranno approfonditi entro una dimensione narrativa (Czarniawska, 2000; Gherardi, 2000b, 2006; Poggio, 2004; Jedlowski, 2000) nel lavoro che segue.

    La “svolta narrativa” all’interno degli studi organizzativi si è avuta negli anni Novanta quando la conoscenza narrativa ha acquisito legittimazione come una delle diverse e possibili forme di conoscenza (Gherardi, 2000a). Diversi autori hanno contribuito a tale svolta – Lyotard (1979), Bruner (1986), MacIntyre (1988) – e hanno imposto l’attenzione sulla rilevanza del sapere narrativo per gli studi sociali, ma anche per le cosiddette scienze naturali. Barbara Czarniawska, per esempio, considera la narrazione sia un “modo di conoscere” che un “modo di comunicare” (Czarniawska, 2000), offrendo attraverso il suo Narrare le organizzazioni, uno strumento interpretativo per produrre conoscenza narrativa e disporre di metafore complesse per fenomeni complessi (Gherardi, 2000a).
    La nozione di sapere narrativo ha avuto la capacità di metterci in guardia “dai modi in cui sono costruite le storie” (Czarniawska, 2000: 9) della nostra vita e della società più in generale. La narrazione, infatti, rende una situazione comprensibile, in senso weberiano, per se stessi e per gli altri; è “un tipo d’azione che costituisce gli attori, i campi e le reti d’azione” (ibidem: 246); essa costituisce le relazioni mettendo in contatto tra loro chi racconta e chi ascolta. È per questo motivo che il sapere narrativo può offrire un’interessante chiave di lettura dei rapporti tra “controllati” e “controllori” in uno studio sulle pratiche della sicurezza, per comprendere i paradossi e le contraddizioni che si generano in un luogo complesso come il cantiere edile.

    Il paper si apre con una breve disamina sulle motivazioni e i contributi che hanno portato l’affermazione del sapere narrativo all’interno degli studi organizzativi ed il suo imporsi come forma di sapere accanto a quello scientifico, in modo anche più diffuso. Occorre ricordare che le stesse scienze naturali hanno una loro dimensione narrativa importante, basti pensare alla costruzione dei discorsi attorno alla scienza (Lyotard, 1979; Czarniawska, 2000).

    Proseguendo, metterò in evidenza il legame tra la narrazione e la sicurezza sul lavoro, attraverso due tipi diversi di storie sugli infortuni: quelle raccontate da chi “controlla” il rispetto delle norme di sicurezza e chi, da “controllato”, le mette in pratica quotidianamente, spesso trasformandole per tradurle finanche a tradirle (Gherardi, Lippi, 2002), secondo il lessico della Actor Network Theory (Callon, 1986b; Latour 1987; Czarniawska, Joerges, 1995; Czarniawska, Hernes, 2005).

    Le due tipologie di storie sono accomunate da una sorta di reticenza/indisposizione iniziale a parlare di sicurezza [4], soprattutto con l’estranea/ricercatrice, e se si accetta di farlo si ricorre alle storie degli altri.

    2. La narrazione nelle organizzazioni

    L’importanza di occuparsi di narrazioni, racconti, storie, anche per la sociologia, è ben evidenziato dal lavoro di Barbara Poggio (2004). L’autrice offre tre importanti ragioni a sostegno di tale rilevanza: la prima è che il narrare è una forma di “(inter)azione sociale” in quanto implica sempre un interlocutore, sia esso reale o virtuale; continua considerando l’atto del narrare un atto relazionale, la cui storia raccontata necessita di un destinatario che l’ascolti; infine, ricordando come all’origine di ogni narrazione sembra esserci il desiderio del narratore di veder riconosciuta la propria esistenza dal destinatario (Jedlowski, 2000). Dunque, una storia esiste grazie all’interazione tra gli esseri umani che manifestano da sempre la loro volontà di “mettere in comune”, di scambiare le proprie storie e rendere ogni narrazione un “artefatto culturale” (Poggio, 2004).

    La narrazione, dunque, ha finito con il rappresentare una delle principali fonti di conoscenza organizzativa, portando l’attenzione dei ricercatori sempre più verso numerose piccole narrazioni e interpretazioni presenti all’interno di ogni contesto di lavoro. All’origine di tale “svolta narrativa” vi è la convinzione che attraverso l’analisi delle diverse modalità di narrare un’organizzazione sia possibile portare alla luce le letture soggettive e le rappresentazioni che gli attori hanno delle organizzazioni in cui operano. Attraverso di esse, inoltre, è possibile conoscere i modi in cui essi producono una conoscenza condivisa e intersoggettiva della realtà. Sempre più le narrazioni sono riconosciute oltre che come artefatti organizzativi, anche come strumenti e processi di organizzazione, ovvero “storie che organizzano” (Czarniawska, Gagliardi, 2003, in Poggio, 2004: 91).

    Diverse sono le funzioni delle narrazioni all’interno delle diverse organizzazioni: esse possono essere considerate sia forme importanti di espressione della cultura organizzativa che potenti veicoli per la socializzazione (Louis, 1980; Trice, Beyer, 1993), ma anche manifestazioni di un sistema condiviso di norme e valori (Gabriel, 1988; Cortese, 1999, in Poggio, 2004).

    Le storie sulla sicurezza sul lavoro raccolte riflettono le conoscenze e le pratiche messe in atto all’interno di un ben più ampio sistema culturale al quale i membri del gruppo che si scambiano tali storie appartiene, ovvero una cultura di classe operaia maschile affermativa (Collinson, 1992; Gherardi, 2006), spesso sprezzante del pericolo (Doria, 2011a).

    Infine, un’altra motivazione che ci permette di ricorre alle narrazioni entro un prospettiva sociologica è la possibilità di vedere la narrazione come una costruzione sociale: “il racconto non è mai un mero rispecchiamento della realtà, ma un processo interpretativo, una costruzione che mette in relazione degli eventi assegnando un ordine e attribuendo significato” (Poggio, 2004: 31). Ed è proprio questa considerazione ad essere significativa entro uno studio della sicurezza sul lavoro in alcuni cantieri edili della Capitale. Tra gli operai e i responsabili di cantiere ai quali ho “fatto da ombra” (Sachs, 1993; Sclavi, 2000; Bruni, 2003; Czarniawska, 2007), ma anche tra le “figure della sicurezza” intervistate, infatti, la pratica più diffusa era quella di raccontarsi storie di cantiere, proprio a sottolineare quell’“urgenza narrativa” di cui parla Bruner (1986): raccontare il proprio lavoro; come si è appreso il mestiere [5]; i cantieri in cui si è lavorato insieme, i retroscena di grandi opere pubbliche e di “personaggi” [6] (imprenditori, politici) noti alla cronaca. La presenza della ricercatrice sul campo per un periodo di circa tre mesi ha permesso di renderla “più familiare” al contesto-cantiere, dandole la possibilità di ascoltare le storie di cantiere sugli altri operai. La non disponibilità a raccontare in prima battuta storie di infortuni, dunque, ha lasciato il posto alla volontà di rendere un’“estranea” partecipe e consapevole delle dinamiche che abitano il cantiere, dei giochi di forza e di potere che si instaurano tra operai e loro responsabili, scegliendola quale testimone e interprete di quello che accade in cantiere e di cui non si sa abbastanza proprio per non volerne parlare con chi ne è al di fuori.

    Con Lyotard (1979) potremmo dire che attraverso i racconti si trasmettono delle regole pragmatiche parte di un sapere sociale circa ciò che bisogna saper dire, saper intendere e saper fare (Gherardi, Poggio, 2003) e questo riguarda anche l’atto stesso del raccontare: la scelta di condividere alcune storie con un’“estranea” è motivata dalla volontà di comunicare qualcosa di diverso dal più conosciuto racconto sulle negligenze degli operai e le non responsabilità dei loro superiori.

    Gli attori hanno ribadito quanto si preferisca non parlare di sicurezza o di infortuni occorsi sul lavoro nella propria carriera professionale, confermando la natura pratica e tacita della sicurezza (Gherardi, Nicolini, 2001), testimoniando come le storie non siano le esperienze vissute, “ma ciò che si racconta” (Milk, 1970: 557 in Poggio, 2004: 31). Nell’essere sollecitati dal ricercatore a parlarne – anche attraverso la richiesta di aneddoti legati alla propria esperienza lavorativa – gli attori del campo hanno preferito raccontare le storie degli altri, mettendosi così al riparo dall’esibire una mancanza personale, un errore compiuto in prima persona. L’esperienza dell’incidente, infatti, è legata ad un tipo di cultura organizzativa in cui la sicurezza, o l’evento infortunistico, è riconosciuta come una questione individuale (Gherardi, 2006; Catino, Albolino, 2008) non legata all’organizzazione e alle pratiche sociali prodotte e riprodotte al suo interno e, perciò, sanzionabili come non rispetto della normativa tout court.

    3. Conoscere la sicurezza sul lavoro raccontando le storie degli altri

    Le interviste, accanto alle note di campo prodotte durante lo shadowing, hanno contribuito a dar conto della “polifonia” di voci e dei diversi “discorsi” sulla sicurezza in cantiere: normativo, tecnico, economico, educativo (Nicolini, 2001; Gherardi, 2006). Le storie sono state raccolte attraverso le “conversazioni informali” durante le quali gli attori del campo interagivano con la ricercatrice; le conversazioni dal vivo tra gli operai o tra loro e i responsabili di cantiere durante lo shadowing di quest’ultimi nella loro quotidiana attività di controllo del cantiere e degli operai stessi; le interviste “formali”, semi-strutturate e narrative (Poggio, 2004; Atkinson, 2002), ad attori privilegiati incontrati in cantiere portatori di una visione della sicurezza tipica del gruppo professionale d’appartenenza.

    Le interviste sono state somministrate a due “gruppi” principali: da un lato, alcune “figure della sicurezza” [7] che svolgono attività di controllo (“interno” e/o “esterno” [8]) in cantiere; dall’altro, alcuni operai che, durante lo shadowing dei responsabili di cantiere hanno interagito in modo molto presente con loro (a volte cercando la complicità della stessa ricercatrice). Ciò ha permesso di evidenziare le dinamiche di controllo e mediazione della sicurezza sul lavoro, oltre che rilevare esperienze, opinioni e significati che caratterizzano e condizionano le modalità di lavoro degli stessi operai.

    La mia presenza “scortata” sul cantiere durante lo shadowing, però, ha reso difficile instaurare un dialogo diretto con gli operai, o osservarne le pratiche quotidiane senza la mediazione dei “controllori”. Motivata dalla necessità di non farmi male e da una più celata esigenza di tenere d’occhio l’estranea (sottolineando ancora una volta complessità e delicatezza del tema), l’essere accompagnata sul campo è stata mitigata dalla disponibilità ad intervistare alcuni operai, avendo un contatto diretto con loro, diverso dall’interazione mediata dai responsabili di cantiere.

    La scelta degli operai intervistati ha cercato di rappresentare delle caratteristiche peculiari dell’attività di cantiere: un operaio “anziano ed esperto” (come definito da tutti gli altri operai e anche dallo stesso assistente di cantiere) in grado di raccontare i cambiamenti che, dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, hanno investito il lavoro del carpentiere; un operaio “esperto” nel campo delle grandi costruzioni; un “giovane” di nazionalità romena [9]; un operatore di mezzi meccanici [10], ritenuto “molto bravo” nel suo campo; un operaio “tutto fare”.

    Ottenere le interviste non è stata impresa facile, anche perchè il tema della sicurezza sul lavoro è controverso, per una sorta di scaramanzia che attraversa il cantiere e ne oltrepassa i confini fino ad arrivare ai livelli organizzativi. Come testimonia l’intervista ad un RSPP: “di sicurezza si preferisce non parlare!”. Dalla presenza sul campo, però, si evince come la narrazione e il racconto facciano parte della vita quotidiana del cantiere. Si raccontano esperienze di vita e familiari; episodi accaduti nel passato significativi per le azioni presenti; modalità di lavoro e trucchi del mestiere; si confrontano i modi di lavoro di alcuni anni fa e la diversa attenzione odierna per la sicurezza. Il ricercatore-etnografo ha cercato di cogliere le parole e le storie dei lavoratori incontrati sul campo con l’intento di ricostruire una storia/narrazione su episodi di infortunio o situazioni di pericolo vissute dagli attori intervistati (come spettatori, uditori o diretti interessati). Rispetto a quest’ultima questione è emerso un paradosso: sebbene la dichiarazione iniziale di alcuni intervistati sia stata di non voler parlare di sicurezza (anche come forma di scaramanzia, § 3.1), una volta intrapresa la strada del racconto, molti di loro hanno attinto alla memoria proprio per far meglio comprendere il loro punto di vista attraverso casi di infortuni accaduti agli altri, a conferma di quanto la sicurezza sia una “competenza” sociale, pratica, tacita ed estetica (Gherardi, Nicolini, Odella, 1997b; Gherardi, Nicolini, 2001; Gherardi, 2006; Strati, 2000).

    Raccontare le storie degli altri raccontate sugli altri permetterà di confrontare le diverse tipologie di storie ed evidenziare i punti di vista sulla sicurezza e sugli incidenti degli attori che raccontano. La preoccupazione di quest’ultimi è stata quella di mettersi al riparo da eventuali giudizi o critiche rispetto a situazioni di non rispetto delle norme (non uso dei Dispositivi di protezione o lavoro in nero, per esempio) alla base di molti degli episodi raccontati. Sono stralci di vita quotidiana – quelli che si possono raccogliere attraverso i racconti di aneddoti o brevi esperienze – che spesso sono dati per scontati da chi li racconta, ma lasciarli emergere, portarli alla luce e raccontarli diviene rilevante, soprattutto entro una chiave interpretativa che permette di cogliere una “trama”, ovvero una rete di connessioni fra gli eventi raccontati, i personaggi citati e le azioni compiute (Jedlowski, 2004).

    Attraverso l’analisi del materiale a disposizione intendo ricostruire due storie principali: la storia raccontata da alcune “figure della sicurezza” – ovvero da coloro che sono chiamati a controllare, formare, informare sulle norme di sicurezza all’interno di un cantiere (con tutto il portato relativo alla loro visione professionale in merito alla sicurezza) – e la storia raccontata dagli operai (relativa alla loro visione pratica della sicurezza) che spesso si trovano a non rispettare le norme proprio per lavorare in sicurezza o perché l’organizzazione del lavoro della ditta per la quale lavorano non è stata in grado di assicurare condizioni di lavoro più sicure, bensì più produttive. Dai brevi racconti, infatti, si evidenziano le esigenze contraddittorie alle quali gli operai sono spesso sottoposti durante la pratica di lavoro: lavorare bene e in fretta, per esempio, cosa che richiede di derogare, spesso legittimati dai propri responsabili, all’uso di guanti o altre misure di protezione (Doria, 2011).

    L’esplicitazione di tali esigenze rende evidente la dimensione pratica, tacita ed estetica della sicurezza (Strati, 2000), così come ho avuto modo di osservarla in cantiere. È il corpo il principale attore (che racconta) e protagonista (che ha vissuto l’esperienza raccontata) delle due storie che intendo ricostruire. La dimensione pratica e corporea del mestiere operaio, compresa la pratica della sicurezza, sono centrali per la comprensione delle due tipologie di storie. Sono corpi che hanno vissuto in prima persona esperienze pericolose, riportando danni o anche solo segni sul corpo che racconta. Attraverso la dimensione corporea, tacita, sensibile ed estetica della conoscenza (Polanyi, 1958; Strati, 2000; Yakhlef, 2010; Viteritti, 2011) hanno appreso il loro mestiere e a far fronte alle diverse situazioni di pericolo alle quali tale mestiere li espone.

    3.1 Le figure della sicurezza raccontano: l’operaio è troppo sicuro di sé

    Nel caso di uno dei Responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione dell’organizzazione che mi ha ospitato per la ricerca, a generare “una rottura” (breakdown; Gherardi, 2006) nella esecuzione di un lavoro è la dimensione del “sapere pratico ed esperto” (Gherardi, 2000b; Gherardi, Nicolini; 2001; 2004; Bruni, Gherardi, 2007), che riposa su un tipo di conoscenza tacita ed estetica (Polanyi, 1958; Strati 2000; 2010).

    La domanda utilizzata per ricostruire che tipo di “visione” (Goodwin, 1994) avessero le diverse figure preposte al controllo della sicurezza in cantiere intervistate è cosa, secondo la loro esperienza, può favorire o limitare l’accadere di incidenti e/o infortuni sul lavoro. Il racconto della maggior parte di loro ha individuato nella “troppa sicurezza” l’origine di un incidente.

    “… paradossalmente, sembrerà strano a dirsi, a volte gli infortuni avvengono per la troppa esperienza! [ … ] gli infortuni, soprattutto quelli che apparentemente sembrano i più banali, sono dettati dalla troppa sicurezza: siccome sono anni che si fa quel tipo di attività, siccome è tanto tempo … a volte questo induce il diretto interessato ad una poca attenzione delle azioni svolte nel compiere la lavorazione. La forte abitudine, la troppa dimestichezza nella manualità, nella gestualità, nel fare certe lavorazioni induce, forse anche inconsciamente, ad un abbassamento dei livelli di guardia dal punto di vista della sicurezza! E quindi, sembra strano a dirsi, ma a volte è dettato dalla troppa esperienza nella lavorazione ... una sorta di lassismo, forse anche involontario, da parte dell’operaio... succede anche a persone che hanno esperienza ventennale, l’incidente banale!” (Intervista ad un RSPP).

    Quando l’operaio, secondo il Responsabile SPP, acquisisce troppa familiarità con il suo mestiere, è il momento in cui può andare in contro ad un infortunio. L’abitudine, la dimestichezza nella manualità, parte del sapere pratico dell’operaio, lo portano a non aver più paura di quello che fa, elemento che invece denota il giovane alle prime armi più prudente e meno spavaldo. Ma la stessa affermazione può essere letta come ripetitività del lavoro o come richieste spesso ricorrenti di lavorare bene e in fretta (come hanno invece sottolineato gli operai) non prestando troppa attenzione a ciò che si fa e come lo si fa.

    Il Responsabile prosegue cercando in qualche modo di mettere al riparo la propria organizzazione su eventuali “responsabilità” circa il verificarsi di incidenti nei propri cantieri; cantieri di cui, tra l’altro, sottolinea l’esiguità di casi di infortunio e, soprattutto, di casi ad elevata gravità.

    “A volte ...fortunatamente da quanto abbiamo potuto rilevare nei nostri casi, nei dati infortunistici dei nostri cantieri, è capitato che magari qualche disattenzione a livello generale, questo può capitare, nel senso che nonostante magari avesse ricevuto un’adeguata formazione/informazione anche specifica per certe attività, magari, sì, in piccola percentuale succede che l’operaio s’infortuni proprio per distrazione. Fortunatamente, invece, in piccolissime percentuali avviene l’infortunio per mancata informazione. Perché, comunque, le procedure di cantiere, le attività di cantiere sono abbastanza standardizzate e, al di là del processo tecnologico, dell’evoluzione della tecnologia che introduce oggi delle attività che magari quindici anni fa non erano assolutamente immaginabili .. però .. al di là di questo l’operaio .. può succedere che a volte potrebbe non essere sufficientemente informato sul tipo di attività, e quindi, fortunatamente, sfortunatamente, in piccolissima percentuale l’infortunio avviene ... potrebbe capitare per mancata conoscenza specifica”(Intervista ad un RSPP).

    Quello che il Responsabile tiene a ribadire è come, ancora una volta e nella maggior parte dei casi, la “colpa” dell’infortunio sia da attribuire unicamente all’operaio che “per distrazione” o per “lassismo” può farsi male, mentre non è legata all’organizzazione come “mancata informazione” circa le procedure di lavorazione e le norme da rispettare in materia di sicurezza, perché l’organizzazione è fortemente impegnata nella realizzazione di corsi di informazione/formazione. Ad emergere, però, è la natura formale di tale attività. Spesso l’organizzazione è preoccupata di “avere le carte a posto” piuttosto che valutare se tali corsi si traducano in conoscenze utili affinché il lavoro quotidiano dell’operaio (o del dipendente) sia più sicuro partendo, per esempio, proprio dall’organizzazione del lavoro dei cantieri, come emergerà nella seconda tipologia di storie (§ 3.2).

    Di contro, quando il Responsabile SPP si è trovato a definire cosa per lui significhi “fare sicurezza”, è emersa la natura narrativa della stessa, di pratica intesa “come tipicità del linguaggio, modalità dell’azione e valori guida” (Gherardi, Nicolini, 2001: 236), soprattutto alla luce di una precedente affermazione in cui ha ribadito che “per scaramanzia” si preferisce non parlare di sicurezza e di incidenti tra colleghi, lasciando affiorare quel “sapere popolare” che si tramanda tra i lavoratori/tecnici (non solo gli operai come si vedrà) e che tiene lontane certe “storie di guerra” (Orr, 1995) su argomenti poco amati:

    “Fare sicurezza, secondo me, è proprio parlare di sicurezza, in cantiere, lo si può fare tranquillamente, perché a livello operativo, oltre i problemi tecnici e tecnologici, non costa nulla sensibilizzare la cosa anche dal punto di vista della sicurezza .. è proprio un aspetto intrinseco delle attività, che però non tutti, o forse adesso è un po’ diverso il discorso non lo so, non tutti riescono a fare un distinguo, poi a sviscerarlo da altre problematiche… perché affrontare il problema della sicurezza significa che è successo qualche cosa. Però, per evitare di parlare di sicurezza è perché tu la fai a monte anche in maniera ... tacita, silenziosa o che, ma purtroppo per la sicurezza bisogna parlare, parlare e dare fiato e coinvolgere un po’ tutti” (Intervista ad un RSPP).

    Il Responsabile mette in rilievo un elemento frequentemente associato al tema della sicurezza: l’accadere dell’evento infortunistico o mortale. Ricorda come spesso si parli di sicurezza perché “è successo qualche cosa”, ovvero siano gli eventi, spesso tragici come quello della ThyssenKrupp di Torino del 2007, a rincorrersi, a diventare storie di incidenti sul lavoro da raccontare o da utilizzare come esempio/monito di un certo tipo di organizzazione (Gherardi, Nicolini, 2001) o, più spesso, di una categoria di persone (gli operai) che non rispettano le norme o sono “sfortunati” [11]. E sono anche eventi che sollecitano la politica a dare risposte, come è accaduto per l’emanazione del Testo Unico sulla sicurezza (D.lg. 81/2008) [12].

    Il racconto del responsabile SPP è mediato dalla sua appartenenza ad un’organizzazione che punta a dare “un’immagine” di organizzazione attenta alla sicurezza, che esercita con rigore un controllo “interno” e ha responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro, soprattutto intesa in senso normativo (Nicolini, 2001), ovvero legata al rispetto delle norme e alla loro applicazione da parte degli operai delle ditte che a loro sono legate da contratti di appalto/subappalto pubblico.
    Diverso, invece, è il racconto di un Tecnico della Prevenzione di una delle Asl di Roma che ribadisce la non casualità, in base alla propria esperienza professionale, dell’accadere degli infortuni, dovuti invece, molto spesso, alla “troppa sicurezza” o “praticità” del lavoratore.

    “L’infortunio, come mi diceva i primi anni un magistrato, non è mai accidentale! In effetti se uno ci pensa .. anche in macchina .. c’è sempre una parte di partecipazione da parte dell’infortunato, o dell’impresa, perché se ti attieni a quello che dice la normativa antinfortunistica, difficilmente .. poi è chiaro, l’imprevisto ci può essere, però c’è sempre la compartecipazione del ... Perché l’infortunio avviene? In linea di massima avviene alla persona molto esperta per praticità, per routine … perché io ho notato che chi fa un certo tipo di lavoro a rischio … i primi tempi ha paura di tutto: ha sempre i guanti, i diversi Dpi, mentre quello pratico… Per esempio, quello che piega i tondini di ferro da trent’anni ormai li piega senza neanche guardare più la mano, magari si leva il guanto perché è più pratico, magari lo fa anche perché da parte del datore di lavoro gli dice mi devi fare una certa produzione, tot .. e quindi è la compartecipazione di una serie di fattori. Perché, in linea di massima, quello inesperto … è un po’ come in tutte le cose, secondo me, se uno scia, difficilmente un principiante si fa un danno gravissimo, però quello che scia bene si arrischia: va sul costone, va in un punto più ripido” (Intervista al Tecnico della Prevenzione – Asl Roma).

    Lo stralcio proposto richiama diversi elementi utili per una riflessione sull’importanza delle narrazioni all’interno degli studi organizzativi in generale e sulla tematica della sicurezza in particolare.

    Il primo elemento dal quale il Tecnico della Prevenzione dell’Asl parte è, a sua volta, un racconto che un magistrato gli ha fatto all’inizio della sua carriera e che ha rappresentato “un insegnamento” per il giovane Tecnico: “l’infortunio non è mai accidentale!”. Attraverso quel racconto, di cui riporta una breve ma significativa frase, il Tecnico ha potuto orientare la sua pratica di ricerca e ricostruzione degli eventi utile a condurre le indagini sugli infortuni occorsi nei diversi luoghi di lavoro in cui è intervenuto. Una forma di socializzazione ad un sistema di pratiche di cui il Tecnico iniziava a far parte.

    La narrazione, dunque, è in grado di far emergere da un lato le letture soggettive, dall’altro le rappresentazioni che gli attori hanno delle organizzazioni in cui operano e i modi attraverso cui producono una conoscenza condivisa della realtà. È la conoscenza condivisa, che in questo caso è trasversale almeno a due organizzazioni (Magistratura da un lato, Asl dall’altro) o se non altro a due attori di due diverse organizzazioni che operano a stretto contatto, ad essere trasmessa dal magistrato al Tecnico della Prevenzione, il cui lavoro è di grande rilevanza per il primo. Sono, quindi, “storie che organizzano”.

    Dal racconto emerge ancora una volta come per i “controllori” sia il sapere esperto, riconosciuto come appartenente ad un’intera categoria di lavoratori (gli operai) che devono essere controllati, ad avere come contropartita la probabilità che si verifichi un incidente. La posizione di controllore “esterno” in cui si trova il Tecnico della Prevenzione, però, gli permette di aggiungere un tassello in più circa le motivazioni che portano il lavoratore, in questo caso un operaio edile, a non rispettare le norme. Da un lato c’è la dimensione della pratica (Gherardi, 2000; 2006) che porta un operaio a non adoperare i Dpi, i guanti e le cuffie per esempio, perché questo gli permette di “sentire il ferro” con le nude mani, o “sentire i rumori” distinguendo i “suoni pertinenti” (Thibaud, 1991; Lang Hing Ting, Pentimalli, 2009) dai rumori tout court [13]. Queste due modalità di lavoro, a prima lettura non sicure perché non rispettose delle norme, consentono invece all’operaio di lavorare in sicurezza, quale pratica incorporata e perseguita con tutto il corpo, pratica non ri-conosciuta dai “controllori”, eccetto dai responsabili di cantiere che conoscono meglio le modalità di lavoro del cantiere.

    Dall’altro vi sono le contraddizioni a cui sono sottoposti gli operai: “lavorare bene, ma in fretta” e questo porta gli stessi a “liberarsi” di tutto ciò che può essere d’intralcio ad una esecuzione veloce del proprio lavoro, il che significa molto spesso togliersi i guanti, o lavorare in condizioni che non sono sicure per gli operai, come si vedrà poco più avanti, cosa quest’ultima che i “controllori” etichettano come “fretta”, “lassismo” o “troppa praticità”, come si evince dai precedenti stralci.
    Per concludere sulle storie delle figure della sicurezza, è utile riportare una storia che il Tecnico della Prevenzione dell’Asl ha raccontato su un caso d’infortunio. Egli si è spesso trovato in situazioni in cui l’operaio ha perso la vita o ha riportato conseguenze soprattutto psicologiche dopo l’incidente, ma la storia che segue racchiude due elementi interessanti. Da un lato, la dimensione euristica e di insegnamento che ricorre: raccontare l’accaduto per insegnare che occorre fare diversamente. È la capacità delle storie di “generare conoscenza” di cui parla Cortese (2002), e attorno alla quale si è raccolto l’interesse degli scienziati sociali, ad emergere con forza. Il potere delle storie, infatti, risiede nella capacità di mettere in contatto gli individui e la realtà circostante, “consentendo loro di conoscere, di farsi conoscere e di produrre effetti” (ibidem: VIII). La narrazione, dunque, come “una modalità di conoscenza e una modalità di comunicazione” (Czarniawska, 2000: 24). Dall’altro, l’uso di metafore per rendere più familiare e comprensibile quello di cui si sta parlando, riducendo l’evento “inatteso” o “straordinario” alla più rassicurante routine (Jedlowski, 2000). Narrando si interpretano gli accadimenti e si dà loro un senso che appartiene a chi racconta, ma che è reso disponibile a chi ascolta (dimensione relazionale del racconto).

    “.. non sei mai sicuro né davanti ad una macchina né ad una attrezzatura .. forse una volta, ho assistito ad una situazione particolare, una falegnameria dove sono andato a far vigilanza e su una parete c’era una sega, incastrata nella parete! Una sega a nastro! di quelle .. non (con le mani mi indica quella di tipo industriale e non di piccole dimensioni). In poche parole, questa sega era stata lasciata lì, non era successo niente, perché un giorno un operaio, nel lavorare a questa macchina con lo sportello aperto della protezione, insomma si è rotto il nastro, perché può succedere, metti un pezzo di legno eh, questa sega è uscita dal binario, ha camminato per tutto il locale ad altezza d’uomo e si è andata a conficcare nella parete. Tu ora immagina una sega di 1 metro e 60 che cammina così, come una lama, all’interno del locale, cioè è uscita di là, può succede no?! È rimasta incastrata nel muro e il datore di lavoro ha detto “la lascio, così poi si ricordano quello che è successo!” .. Quindi, voglio dire, .. ma se vai ad analizzare … il dolo qual era stato? Lasciar il coperchio aperto della lama e utilizzare un .. perché, ogni tipo di attrezzatura può lavorare solo a certe sollecitazioni, se io penso di poter tagliare un pezzo di marmo con una sega di plastica, insomma, qualcosa succede, primo o poi si romperà questa plastica! Poi, quindi, lui l’aveva lasciata a mo’ d’insegnamento, ma lo sai perché?, perché l’operaio non è andato a spostarsi su un’altra macchina, stava lì, “vabbè, taglio con questa!”. Perché è così, capito, avviene così l’infortunio. Tu, che ne so … perché a casa non lo facciamo?! Magari devi mettere un quadro, ma che prendi la scaletta? Prendi la prima sedia che ti capita e metti questo quadro! Magari se non hai neanche il martello, batti direttamente con le pinze, però .. è vero che avviene questo, per praticità …” (Intervista al Tecnico della Prevenzione – Asl Roma).

    Le storie permettono di rappresentare ed analizzare diversi fattori invisibili e latenti all’interno dell’organizzazione, come le dinamiche relazionali e di potere, le emozioni, le contraddizioni e le ambivalenze di cui esse rappresentano il lato visibile (Gabriel, 1995, 1998, in Poggio, 2004).

    La storia raccolta ben rappresenta la capacità di generare conoscenza attraverso gli esempi: essi offrono a chi li ascolta “istruzioni concrete e strategie di azioni situate, che possono essere applicate alle nuove situazioni per analogia (Suleiman, 1983; Witten, 1993)” (In Gherardi, Poggio, 2003: 19). Anche la scelta di lasciar la sega elettrica “conficcata nel muro” è riconducibile alla volontà del titolare della falegnameria di render vivo e presente il ricordo di quanto accaduto ai suoi operai, come un “copione” (Wilkins, 1995) che, anziché ripetersi o tramandarsi oralmente, è impresso in un simbolo (uno strumento di lavoro reso tale) ben visibile a tutti coloro che accettano di lavorare in quella falegnameria. Il Tecnico, da parte sua, cerca di far capire alla stessa ricercatrice quanto sta affermando, ricorrendo ad una situazione che può esserle più familiare, come “appendere un quadro” utilizzando strumenti/attrezzature diversi da quelli richiesti e che in quel momento sembrano più comodi e veloci da usare. Dal punto di vista del Tecnico, infatti, usare correttamente gli strumenti adeguati (progettati) per svolgere un dato tipo di attività, può garantire una maggior sicurezza per l’attore che ne fa uso sia nel caso di un lavoro che per attività di bricolage domestico.

    3.2 Storie operaie: a me non è mai successo nulla …ma agli altri sì

    Accanto alle storie raccontate dai “controllori”, vi sono le storie degli operai, ovvero dei “controllati”, di coloro che sono chiamati a mettere in pratica la sicurezza, ma che spesso si trovano a non rispettarne le norme. Diverse sono le letture che si possono dare del non rispetto della normativa. Dalla ricerca sul campo è emerso come alcune situazioni possano essere ricondotte ad una pratica della spavalderia tout court, legata al tipo di cultura professionale di cui molti operai anziani sono ancora “portatori” o espressione, ma che oggi non sembra essere attraente per i giovani che intraprendono il mestiere dell’operaio edile. Accanto ad essa, vi sono altre due letture che affondano le radici da un lato nel sapere pratico (Gherardi, 2000; Bruni, Gherardi, 2007), dall’altro nella necessità di collaborare e coordinarsi (Heath, Luff, 1994) con i propri colleghi di lavoro: è il caso del non uso delle cuffie per distinguere i “suoni pertinenti” (Thibaud, 1991; Lan Hing Ting, Pentimalli, 2009) dai “rumori” durante uno scavo con mezzo meccanico, cosa che permette di interagire con il proprio collega e, quindi, lavorare in sicurezza (Doria, 2011).

    In questo contesto, però, risulta rilevante il fatto che gli operai non amino parlare di incidenti (come i loro responsabili), spesso perché raccontare di aver subito un infortunio è associato ad una concezione di “errore individuale” (Gherardi, 2006; Catino, Albolino, 2008). Al contrario, si raccontano “storie di guerra” (Orr, 1995) su incidenti accaduti per testimoniare la propria forza fisica, o la propria capacità di resistere ed esibire eventuali ferite come “trofeo di guerra”, ovvero come rivendicazione di una maschilità costruita sul mito dell’uomo macho, appartenente ad un’immagine di classe operaia maschile che esibisce se stessa come sprezzante del pericolo e che non bada ai segni presenti qua e là sul proprio corpo (Connell, 1996; Gherardi, 2006). Molti “tagli, taglietti e sciocchezze di questo tipo fanno parte del gioco” (ha affermato un operaio anziano considerandoli rischi connessi al lavoro edile) e quasi non se ne riconosce il legame con episodi di infortuni/incidenti accaduti a loro stessi, o che la “fortuna” ha fatto sì che non avessero conseguenze e tenessero l’operaio lontano da eventi simili.

    Dalle interviste è emerso come la loro preoccupazione maggiore sia quella che mai accada loro qualcosa di grave, affidandosi quasi sempre alla benevolenza divina. Affidarsi alla scaramanzia permette di contenere la negatività del negativo evitandole di espandersi, come de Martino (2004) evidenzia nel suo lavoro sulla magia. L’efficacia di quest’ultima, al pari della ragione, non risiede nel contenuto, quanto “nel consenso che una comunità storica e determinata affida ad esse” (Galimberti, 2004: X).

    La scarsa volontà di parlare di “sicurezza”, benché sollecitati dalla ricercatrice, inoltre, ha reso difficile raccogliere storie su episodi legati alla sicurezza e/o a incidenti.

    “Una volta, in un piccolo cantiere, eh sì, me ne ero dimenticato … Stavo lavorando su una fondazione e allora avevamo un collettore (grosso tubo di raccordo) a ridosso del quale c’era tanta terra che ha schiacciato un operaio! È l’unico momento in cui sono rimasto un po’ … siamo riusciti a salvarlo perché c’era gente … io ero ragazzo all’epoca e quindi non avevamo l’esperienza di adesso. C’erano i vecchi che stavano lì con me, che l’hanno tirato fuori, portato al pronto soccorso, insomma, niente, altrimenti non mi è mai capitato … ah, e una volta, aspetta!! Una volta stavamo lavorando in nero, non so se M. (nome del suo collega da me intervistato) te l’ha raccontato …” (Intervista ad operaio/carpentiere).

    La reticenza iniziale lascia il posto ad un racconto che attinge alla memoria senza più resistervi, ricordando episodi rimossi – molto probabilmente perché non condivisi frequentemente, visto che “è sempre meglio non pensarci, non stare a rivangare quelle cose”, come afferma un operatore di mezzi meccanici intervistato – ma che affiorano e diventano utili elementi per il ricercatore. Intanto, si parla di storie degli altri, sono gli altri operai ad aver subito un infortunio, lasciando chi parla spettatore di un episodio che non si sarebbe stati in grado di gestire in quanto “ragazzo” all’epoca dei fatti e privo dell’esperienza che lo caratterizza nel momento del racconto. Inoltre, emerge la dimensione collettiva del lavoro, che riposa sull’abilità di mantenere un orientamento comune alle attività degli uni e degli altri e un’attenzione distribuita (Heath, Luff, 1994; Joseph, 1994; Gobo e al., 2008; Pentimalli, 2008) che fa sì che siano le pratiche comunicative socialmente organizzate a coordinare le altre attività. È la presenza degli altri a far sì che il racconto abbia un “lieto fine” che lega a sé il ricordo di un’altra storia da raccontare che richiama quegli elementi invisibili di alcune organizzazioni o lavoratori: lavorare in nero, ovvero al di fuori di regole contrattuali e di sicurezza che caratterizza molte realtà di cantieri italiani.

    “Stavamo lavorando in nero, erano le sei e mezza del mattino, un amico si è tagliato la prima falange del pollice con la sega circolare e lì per lì io sono rimasto … poi lo abbiamo portato all’ospedale con un mio cugino, anche dicendo delle bugie, perché diciamo che non era … loro, però, i dottori non è che gli inventi una cosa e ci credono. Perché oramai anche loro, con l’esperienza che hanno, riconoscono il taglio di una motosega, o di una sega circolare e questa è stata un’esperienza molto …in negativo, perché ogni volta che vai alla sega, che sono cento volte al giorno! Purtroppo devi stare attento. L’esperienza ci porta ad essere sicuri, però la sicurezza non è mai troppa!” (Intervista ad operaio/carpentiere).

    Sono diversi gli elementi che emergono anche in questa breve storia: aver accettato di lavorare in nero; cercare di nascondere quanto accaduto dinanzi ai medici che hanno soccorso l’infortunato; riconoscere che i medici sono ormai a conoscenza di simili storie di negazione della realtà, cosa che permette loro di intervenire prontamente. Infine, anche da questa storia se ne trae un insegnamento per il presente: attraverso una storia sugli altri, si rammenta a se stessi che occorre prestare la massima attenzione nell’uso delle attrezzature da lavoro e a ritenere la routine del proprio mestiere foriera di rischi. Anche per gli operai, infatti, l’essere “troppo sicuri” o “incoscienti”, come afferma un assistente di cantiere, può portare a sottovalutare le situazioni di pericolo e incorrere in incidenti.

    “Ci sono situazioni in cui siamo saliti su delle casseformi (strutture in legno che precedono la costruzione di ponti o viadotti) a braccia e andavamo fino a 12 metri d’altezza senza ponte sotto, poi lo dovevi costruire dopo, ma prima dovevi salire ed era necessario farlo perché stavamo facendo delle pareti che servivano per una vasca dell’antincendio … quindi, c’erano i pannelli assemblati, ma non c’era una cesta che tu stavi là sulla cesta e lavoravi … quindi il fatto della sicurezza, loro dicono bene, loro! Loro, chi ci comanda, però purtroppo non è così il lavoro!” (Intervista ad operaio/carpentiere).

    Quest’episodio introduce un nuovo contributo: raccontare il come si lavora e che tipo di rapporto (anche di potere – “chi ci comanda”) spesso intercorre tra gli operai e i propri responsabili. Le storie, infatti, “possono essere utilizzate per ascoltare sia le voci dominanti, quelle che forniscono le visioni ufficiali, sia le voci discordanti, le narrazioni delle coalizioni oppresse o dominate, che propongono visioni alternative (Boje, 1995, 2001)” (in Poggio, 2004: 102).

    Emergono le diverse visioni della sicurezza e delle modalità di svolgere il lavoro che, sovente, è diverso da quello dei racconti, dei testi ufficiali o dei progetti. In cantiere, le pratiche di lavoro e della sicurezza hanno luogo in particolari condizioni che non sono “progettati/progettabili” sulla carta. Parafrasando Lucy Suchman (2000) ci possono essere piani che “orientano l’azione”, ma quelle del cantiere sono pratiche situate (Conein, Jacopin, 1994; Suchman, 1987) che mettono l’operaio di fronte a forti contraddizioni: rispettare le norme di sicurezza e lavorare in fretta, oppure non rispettare alcune norme, ma lavorare in sicurezza ed essere sanzionati; o essere sanzionati perché, rispettando le norme e utilizzando i Dpi, si lavora più lentamente allungando i tempi di consegna dei lavori.

    Per meglio rendere il senso di queste contraddizioni, è utile leggere un altro racconto affiorato alla mente dell’operaio e che, questa volta, riguarda se stesso, dal momento che non si tratta di un episodio di infortunio, bensì di modalità di lavoro non sicure per legge che nella quotidianità di un cantiere possono aver luogo a causa di una errata organizzazione del lavoro.

    “Ho lavorato sotto il tubo del mille (il numero indica la dimensione del tubo) e non riuscivo nemmeno a passarci sotto: hanno fatto mettere prima il tubo e poi hanno fatto fare la carpenteria, quindi, quando è venuta la sicurezza, mi ha fatto uscire (da sotto il tubo). Io gli ho risposto che tanto quando andavano via loro, io là dovevo ritornarci per forza! Perché purtroppo il lavoro è quello! [14] Era quello [Io gli chiedo di spiegarsi meglio e lui continua il suo racconto]. Niente, la dottoressa che era lì, che era la responsabile ha detto “se ci ritorni, io ti mando in galera” e gli ho risposto “mi dica lei, come devo fare io? Dopo non ci va nessuno, e tanto quando va via lei noi ci andiamo, deve stare qua giorno e notte!” [ … ]. È finita che lei è andata via, i responsabili della sicurezza sono andati via e noi siamo andati di sotto a finire il lavoro! Quindi, sono lavori che partono da loro, secondo me, perché? Perché ad un certo punto tu non puoi dare un lavoro ad un’azienda e poi tu il lavoro non lo organizzi come si deve: fai lavorare prima la gente che ti fa la struttura portante, il divisorio, c’erano al massimo quaranta centimetri, non s’entrava e poi è inutile che vengono e ti dicono “no! Là non ci puoi stare!” Allora mi dica lei come devo fare! [ … ]. Non è che son tutte rose e fiori” (Intervista ad operaio/carpentiere).

    La scelta di rendermi destinataria di tale racconto risiede nella volontà dell’operaio di far vedere ad un “esterno/estraneo” come la realtà dei cantieri non sia “tutta rosa e fiori”. Spesso le situazioni che portano gli operai a non rispettare la normativa sono create dagli stessi responsabili che devono garantire che gli operai rispettino le norme sulla sicurezza, ma anche che gli stessi lavorino in sicurezza. L’aver invertito l’ordine per la costruzione di una tubatura, come nell’esempio, ben evidenzia le diverse logiche e i paradossi che governano un cantiere: la “fretta” di far lavorare per prima una ditta al fine di accorciare i tempi di produzione (e spesso risparmiare denaro), ha creato una notevole difficoltà negli operai che hanno dovuto completare l’opera e costruire la “struttura portante” della tubatura a lavoro ultimato e in una situazione di evidente pericolo.

    Anche dai racconti raccolti durante lo shadowing dei responsabili di cantiere, durante il quale ho avuto modo di parlare (sebbene fugacemente) con degli operai, è emerso come il “ricatto” a cui sono sottoposti gli operai – del tipo “o lavori a queste condizioni o vai da un’altra parte” oppure “se il lavoro non lo faccio io, lo fa qualcun altro, allora preferisco accettarlo perché ho famiglia” – abbia origine in condizioni che a monte sono non rispettose dei diritti e dei doveri dei lavoratori, scaricando spesso la colpa su quest’ultimi. Questa situazione richiama il lavoro di Martin et al. (1995) sulla maggior diffusione di alcune storie in una vasta gamma di organizzazioni pubbliche e private analizzate. Adottando “la teoria del copione” di Schank e Abelson (1977) gli autori evidenziano come ben sette tipi di storie organizzative si ripetano a causa dei dualismi presenti in esse [15]: è la diffusa tensione tra due attori (l’organizzazione e il dipendente) con esigenze organizzative e valori individuali differenti a ripresentarsi, in forma conflittuale, nei diversi contesti. In molte situazioni, inoltre, l’organizzazione conserva “il diritto di minacciare la sicurezza dei propri dipendenti quando è in gioco la sopravvivenza dell’organizzazione” (ibidem: 143) e il “ricatto sulla sicurezza” ben esprime questo dualismo.

    Le narrazioni, come quelle poco sopra riportate, possono essere usate “come possibili “meccanismi di difesa” a disposizione degli individui che nelle organizzazioni ricercano spazi in cui non solo difendersi dai soprusi del potere, ma anche «sostenersi tra pari e prendersi la rivincita, riscattandosi dalla propria posizione di inferiorità» (Cortese, 1999: 44)” (in Poggio, 2004: 104). Ed è quello che in parte cerca di fare l’operaio attraverso il suo racconto. L’esporsi attraverso il racconto di un episodio che lo ha riguardato in prima persona e l’interpretazione dei fatti che egli stesso ha offerto alla ricercatrice, permettono di cogliere la diversità delle posizioni, dei punti di vista e delle pratiche che legano il lavorare alla sicurezza all’interno dei cantieri edili. Le esperienze sono trasversali, sono accadute in cantieri e in anni diversi dal tempo del racconto, ma tutte hanno la volontà, ed esprimono la necessità, di mettere in evidenza come il discorso dei capi non sia che uno dei modi possibili di raccontare la sicurezza sul lavoro e non necessariamente, benché sia dominante, sia la storia naturale “se la parola naturale è usata nel significato di «non riflessiva, che viene facilmente alla mente»” (Czarniawska, 2000: 40, riprendendo Fisher, 1984). Entrambe, però, sono accomunate dalle esigenze contraddittorie a cui i diversi attori devono far fronte durante lo svolgimento quotidiano delle loro pratiche di lavoro.

    Naturale, piuttosto, sembra il racconto di chi, sollecitato dal ricercatore, ricorda tante storie che l’hanno visto protagonista, se non quando spettatore molto informato, di episodi che racchiudono la pericolosità del proprio mestiere, l’imprevedibilità e la durezza che vanno con-divisi con chi fa parte della stessa comunità, ma non vanno raccontati a chi non è “membro competente” della stessa, in senso etnometodologico.

    Le narrazioni, dunque, sono in grado di trasmettere i valori condivisi dai membri dell’organizzazione, di generare appartenenza e coinvolgimento, inoltre, prescrivono il modo giusto di agire – in modo memorabile e persuasivo – delineando le conseguenze per chi si adegua e per chi trasgredisce: forniscono dunque delle informazioni cruciali per la partecipazione alla vita organizzativa (Wilkins, 1995). Si apprende a non raccontare storie di “mancata” sicurezza ad un estraneo o che in cantiere “non si lavora se è venerdì 17”, come il seguente stralcio tratto dal diario etnografico illustra:

    Mentre seguo l’assistente per i suoi soliti giri di controllo, incontriamo il capocantiere che chiede a che profondità di scavo sono arrivati gli operai della ditta che si occupa di costruire i diaframmi nel terreno (che costituiranno le pareti della futura stazione della metropolitana) e l’assistente risponde “un metro! Oggi si fermano solo a un metro: è 17, per giunta pure venerdì e non vanno oltre!”. Io sono stupita da questa affermazione e incalzo l’assistente chiedendogli quale sia la paura alla base di tale “scaramanzia”. L’assistente risponde: “No, il lavoro non è che può venire fatto male … che so, ma si può rompere la macchina, può saltare un pezzo e farsi male loro … cose di questo tipo … porta sfortuna!”, continuo chiedendogli se la cosa crea loro problemi dal momento che sono sempre preoccupati per il ritardo dei lavori. “No, no, ma è generale come cosa, la sappiamo tutti, è del cantiere, sappiamo che è così nell’ambiente…”, sorride vedendomi incuriosita.

    Frasi come “la sappiamo tutti” o “è del cantiere” esprimono una comunanza che mette d’accordo gli operai con i responsabili di cantiere e plausibilmente tutti “gli addetti ai lavori”. Tollerare che in un dato giorno, per scaramanzia, non si vada avanti con l’esecuzione dei lavori evidenzia quel consenso di comunità di cui parla de Martino (2004) in grado di assorbire e gestire le insicurezze/pericoli che il lavoro edile comporta. Quotidianamente, infatti, i due gruppi professionali – responsabili da un lato e operai dall’altro – si fronteggiano e confliggono proprio sulla questione temporale: “meno tempo è meno denaro” da spendere per i primi; “più tempo è più denaro” da guadagnare per i secondi. Ad accomunarli, infine, è una storia “scaramantica”, quella che si racconta e ci si tramanda nel cantiere da chissà quanto tempo oramai.

    4. Conclusioni

    Adottando un approccio narrativo, ho ricostruito storie che raccontano episodi di mancata sicurezza in un cantiere edile utili per comprendere alcune dinamiche alla base del non rispetto della normativa (spesso troppo in fretta etichettata come “è colpa degli operai!”). Per fare ciò, però, ho ascoltato in particolare le storie, o i frammenti di storie, degli altri: chi ha raccontato le proprie esperienze ha scelto episodi accaduti a persone diverse da se stessi, quasi a tutelarsi da eventuali considerazioni o giudizi di valore che possono seguire tali storie. È una sorta di “gioco di specchi” (Schütz, 1979) che tesse le relazioni prevalentemente tra gli operai e i responsabili di cantiere. Gli operai, infatti, sanno che i “controllori” chiedono loro di indossare le protezioni (Dpi) e rispettare le norme, soprattutto dinanzi alle “figure della sicurezza” esterne. Ma sanno anche che, gli stessi responsabili di cantiere, in particolare quando sono in ritardo con i tempi di esecuzione, chiedono loro di lavorare più in fretta e questo implicitamente significa liberarsi di tutto ciò che impedisce un’esecuzione veloce, ma “fatta bene”, del proprio lavoro. Richiede cioè di non usare protezioni come i guanti, per esempio, che frapponendosi tra la sensibilità della mano e il materiale da lavorare come il ferro, rallentano i tempi di produzione. I responsabili, a loro volta, sanno che chiedere agli operai di lavorare “in fretta” li legittima a non utilizzare i Dpi, cosa che li espone a un gioco di forza e di negoziazione quotidiana sulle modalità di lavoro del cantiere, soprattutto in presenza di controlli esterni.

    Il presente paper, dunque, si è concentrato sul confronto tra due storie di incidenti/infortuni accaduti agli altri: ha evidenziato come i racconti sulla sicurezza (con tutta la sua portata semantica spesso legata, invece, agli incidenti) siano difficili da condividere, da rendere espliciti perché legati ad un substrato culturale in cui la sicurezza – e gli episodi di incidenti sul lavoro – sono visti come qualcosa di cui è meglio non parlare. Tale preferenza a non parlare di sicurezza, però, ha anche reso difficoltosa la realizzazione della ricerca sulla pratica della sicurezza nei cantieri per la costruzione di una nuova linea metropolitana nella città di Roma (Doria, 2011). Oltre ad una questione di genere affiorata a posteriori, per cui il “cantiere non è un posto per donne” (Doria, 2011a), anche l’indisponibilità a raccontare storie che avessero ad oggetto la sicurezza sul lavoro ha messo in discussione la possibilità di portare a termine la ricerca, dilatando eccessivamente i tempi di accesso al campo. È stata quell’urgenza narrativa di cui parla Bruner (1986), infine, a permettere di condurre la ricerca. Una volta sul campo, infatti, gli attori che quotidianamente si occupano di sicurezza, e che la mettono in pratica nello svolgimento del loro mestiere, hanno condiviso con la ricercatrice le loro storie, “socializzandola” al linguaggio tecnico e “di cantiere” utilizzato proprio attraverso i racconti quotidiani. Ciò ha permesso di analizzare le storie raccolte in maniera più rispettosa del contesto a cui appartengono perché, come afferma Wilkins (1995), “le storie, da sole, non sono sufficienti: ci vuole anche l’esperienza” (277), richiedono cioè che ogni partecipante acquisisca le conoscenze necessarie per distinguere gli ideali o le forme di drammatizzazione di cui ogni storia può essere carica, cosa resa possibile dallo shadowing dei responsabili di cantiere. La raccolta di storie raccontate dagli operai nello svolgimento quotidiano del loro lavoro offrirebbe ulteriori spunti di riflessione su una tematica sociologicamente rilevante come la sicurezza sul lavoro che attrae su di sé tali e tanti significati da renderla ancora più complessa.

    Note

    1] Il materiale a cui si farà riferimento è stato raccolto dalle interviste con alcuni operai e “figure della sicurezza” incontrate sul campo durante la ricerca etnografica svolta – per circa tre mesi nella seconda metà del 2009 – per la tesi di dottorato sulle pratiche della sicurezza, frutto dello shadowing di alcuni responsabili di cantiere di un’organizzazione che, nella città di Roma, è a tutt’oggi responsabile della costruzione di una delle nuove linee metropolitane (Doria, 2011).
    2] Lo shadowing mi ha permesso di riconoscere e ricostruire due sistemi di pratica all’interno dei cantieri osservati: quello del controllo e mediazione appartenente ai responsabili di cantiere, da un lato; legato alla dimensione del sapere esperto e della collaborazione/coordinamento degli operai, dall’altro.
    3] Nella fase di negoziazione dell’accesso al campo gli attori hanno mostrato una maggior attenzione alla mia persona piuttosto che alla mia ricerca (Hammersley, Atkinson, 1995).
    4] Con il termine “sicurezza” identificavano sia l’insieme delle norme da rispettare sul luogo di lavoro, sia le situazioni che possono scaturire da una sua mancanza, ovvero incidenti, infortuni o anche solo incorrere in situazioni pericolose e rischiose. La parola sicurezza, infatti, era prevalentemente legata a situazioni negative, piuttosto che denotare una situazione caratterizzata dall’assenza di rischi e pericoli per gli operai. Ciò è in parte confermato dal RSPP che in uno stralcio riportato nel testo (§ 3.1) ha affermato come, nel parlare di sicurezza, non si riesca a “fare un distinguo, a sviscerarla da altre problematiche”. La sicurezza come tematica è identificata come un problema, benché debba rappresentare una condizione di assenza di problemi.
    5] Ci sono anche racconti su come altri non hanno appreso un mestiere o, nel presente, non hanno alcuna intenzione di “imparare” (dalle parole di un operaio incontrato sul campo) perché ritenuto un lavoro molto duro.
    6] Come quelli che affollano i cantieri delle grandi opere pubbliche in occasione delle inaugurazioni o “allestite/finte” inaugurazioni. Un assistente di cantiere, infatti, ha raccontato di un precedente cantiere in cui, benché i lavori non fossero stati terminati, per dare all’opinione pubblica la notizia dell’avvenuta conclusione (non reale), era stata allestita una parte del cantiere, con tanto di ministro e stampa a presenziare l’evento. Il giorno dopo, però, si continuò a lavorare come se nulla fosse accaduto, consegnando alla memoria dei presenti un racconto sulla “messa in scena” (Goffman, 1969) della sicurezza, situazione osservata anche durante la mia ricerca.
    7] Un Tecnico della prevenzione di un’Aziende sanitaria locale (Asl) della città di Roma; un collaboratore/consulente dell’Alta Sorveglianza della società Committende dell’opera; uno degli RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione) dell’organizzazione ospitante; il Coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione.
    8] Nella mia ricerca di dottorato, infatti, ho evidenziato tre tipi di controllo e relative figure: quello “interno” esercitato dagli attori appartenenti all’organizzazione che ho studiato e che è responsabile in qualità di General Contractor della sicurezza nei suoi cantieri (con un’articolazione delle figure al suo interno); il controllo “esterno”, ovvero gli attori istituzionali previsti per legge come l’Ispettorato del Lavoro, i Tecnici della Prevenzione delle Asl o le FF.OO; infine il controllo “intermedio” svolto dal CTP, il quale è sì attore istituzionale esterno all’organizzazione, ma ha con essa stipulato un protocollo d’intesa sulla formazione degli operai e sui controlli dei cantiere.
    9] I dati dell’Istat, della Caritas e di altre ricerche ricordano come dall’inizio del 2007, anno in cui la Romania è entrata nell’Unione europea, la percentuale di romeni impiegati in Italia (nel settore delle costruzioni, industria ed agricoltura per lo più) sia cresciuta. È interessante anche notare come la percentuale maggiore di lavoratori stranieri assicurati all’INAIL per Paese di nascita nel 2008 è quella dei nati in Romania (22%), seguiti da Albania e Marocco (rispettivamente 7,8% e 7%) (fonte INAIL).
    10] Si ricorda a tal proposito che i mezzi meccanici da cantiere sono spesso coinvolti negli incidenti sul lavoro.
    11] Nel caso della ThyssenKrupp, dal momento che la magistratura ha già emesso una prima sentenza, è plausibile pensare che essa farà o faccia già parte di un bagaglio di storie sulle “colpe dei dirigenti”.
    12] Anche il contributo dei media nella costruzione di tali storie è rilevante: possono essere taciute, portate in fondo alle pagine o evidenziate nei loro titoli d’apertura. È il “colore politico” della testata ad orientare spesso il loro posizionamento nel panorama mediatico. Nel caso ThyssenKrupp la gravità dell’evento fu tale da imporsi all’opinione pubblica e spingere l’allora Presidente del Consiglio Prodi ad affermare come in molti casi la responsabilità delle morti sul lavoro sia anche delle imprese.
    13] Sentire il suono di un mezzo meccanico in movimento e spostarsi; o sentire che si è arrivati a toccare un tubo del gas durante lo scavo con escavatore e potersi fermare senza romperlo.
    14] Anche dalle conversazioni informali tenute durante lo shadowing dei responsabili di cantiere è emerso come spesso gli operai siano sottoposti ad un vero e proprio ricatto: lavorare, accettando anche situazioni di “non sicurezza”, oppure non lavorare affatto. È considerazione diffusa tra gli operai che avanzare richieste di maggior sicurezza sul lavoro porti a perdere il lavoro, inimicandosi il “padrone”, come nelle più classiche contrapposizioni di lotta di classe.
    15] Altre due motivazioni sono: fornire “schemi di attribuzione dei successi e degli insuccessi di una organizzazione” (Martin et al., 1995: 149); assegnare all’istituzione un carattere di unicità “permettendo ai dipendenti di identificarsi con un’organizzazione benevola o di prendere le distanze da un’istituzione meno desiderabile” (ibidem).

    Bibliografia

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