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  • La lettura di sé e dell'altro
    Orazio Maria Valastro (a cura di)

    M@gm@ vol.9 n.1 Gennaio-Aprile 2011

    LA LETTURA SENSIBILE DELL’ALTRO NELL’AUTOBIOGRAFIA

    Fabio Olivieri

    f.olivieri75@gmail.com
    Laureato in scienze dell’educazione presso l’Università degli studi di Roma Tre; Vice presidente dell’associazione “Sconfin@ndo” per la consulenza e l’orientamento degli italiani all’estero.

    L’argomento di questo mio intervento tratterà la possibilità di una lettura diversa delle storie di vita. In particolare mi riferirò alla possibilità di auspicare un atteggiamento maggiormente sensibile da parte del ricercatore impegnato nella disamina di tematiche e fenomeni aventi carattere di natura sociale.

    Le autobiografie, le interviste narrative, i diari e tutta la produzione diegetica è generalmente affrontata in modo quasi asettico per via della consuetudine a collocarla quale sfondo della ricerca, utile a ricostruire determinati fasi di un processo storico-sociale. I diversi passaggi narrativi vengono così smontati e riassemblati in una chiave interpretativa che difficilmente valorizza il loro rilievo intrinseco: un patrimonio epistemologico che annovera le emozioni e i sentimenti che il suo autore ci lascia in eredità.

    Chi decide di intraprendere la via del racconto di Sé, orale o scritto, non detiene fini di natura accademica o o di ricerca sociale: Lejeune ironizza su questo argomento annunciando in anticipo nel suo incipit autobiografico l’affermazione “Non sono una fonte” [1].

    L’autobiografo piuttosto, avverte la dinamica del suo racconto come una Gestalt: una forma espressiva onnicomprensiva di tutte le percezioni che egli ha assunto nel corso della sua vita, almeno per quella che riesce a ricordare e che ne determinano la sua configurazione identitaria. Cosa accade quindi quando il ricercatore o l’appassionato, vogliano intraprendere uno studio analitico del compendio autobiografico? Per raggiungere i loro scopi essi dovranno necessariamente operare un’ablazione del tessuto connettivale che permea la struttura narrativa, sostituendolo con una superficie epidermica nuova. In altre parole: trasferiranno la loro percezione sull’oggetto di indagine, adattandolo per quanto possibile, ed infine giungendo purtroppo non poche volte, a deformarne l’impianto soggettivo che il narratore avrebbe voluto trasmettere. Una modalità che nostro malgrado è quasi impossibile annullare.

    L’approccio interpretativo, con cui il ricercatore contribuisce ad una riconfigurazione della fonte originaria dalla quale attinge per i suoi scopi di indagine, possiamo considerarlo integrato al suo metodo di ricerca e, in una veste più ampia, potremmo dire che tale attitudine appartiene ontologicamente al genere umano. Fa parte del nostro “disegno di ricerca”, formulare ipotesi sull’accaduto, concettualizzare la realtà immanente fino ad astrarla in un concetto. E’ questo andamento “categoriale” che ci consente di porre ordine nel nostro universo di significati.

    La capacità di porci interrogativi sperimentando una moltitudine di risposte o soluzioni, prende corpo dalle nostre radici biologiche, come sostiene Bruner, quando afferma che: la ricerca del significato e la capacità di attribuire senso, appartengono all’essere umano come patrimonio genetico. Ciò significa che non possiamo fare a meno di ricorrere all’interpretazione degli eventi che ci accadono e che vediamo accadere ad altre persone nella realtà che viviamo quotidianamente. A questo punto quindi, mi sembra opportuno interrogarci sulla modalità con la quale si ritiene possibile accostarci ad una storia di vita, senza che l’interpretazione soggettiva del lettore annulli il divenire storico e complesso dell’autore.

    Il rapporto dialogico della scrittura

    Quando ci confrontiamo con un’opera autobiografica, indipendentemente dal registro narrativo scelto dal suo autore (Diario, epistolario, memoriale,etc.), non dovremmo mai dimenticare che il rapporto con la sua testimonianza è sempre dialogico. Da una parte abbiamo il narratore, che esprime le sue considerazioni sul passato che ha vissuto in prima persona. Dall’altra abbiamo il lettore, che annota gli eventi più significativi dell’autobiografo, operando una selezione sulla base delle sue corrispondenze più profonde che lo fanno sentire in piena condivisione con la prospettiva dell’altro. Questo meccanismo di discriminazione, oltre a richiamarsi ad una relazione empatica tra soggetti, ci ricorda come l’esperienza del ricordare non si esaurisca nel mero processo biologico di recupero delle informazioni apprese, ma ci segnala come alla base di ogni traccia mnestica, sussista un corredo emotivo che ne determina la sua impressione nei nostri correlati neurali.

    Al termine della lettura ci si rende conto che ben poco è rimasto di quanto l’autobiografo avrebbe voluto testimoniare di sé. Le riflessioni che ci hanno accompagnato durante lo scorrere delle pagine rivelano una forma di dialogo avviata tra l’Io e il Tu [2] che convivono nella nostra persona. Ci siamo interrogati coinvolgendo soltanto il nostro punto di vista, la nostra dialogicità interiore, rinunciando a scoprire quella implicita nel costrutto biografico del narratore. Un dialogo che per certi versi potremmo dire “minore”: perché in difetto dell’Altro. L’altro che non abbiamo interrogato, pur condividendone l’intima struttura autobiografica. Porre rimedio a questa mancanza non è soltanto una questione speculativa, richiede un impegno etico da parte di coloro che intendono occuparsi di storie di vita. Un rispetto del narratore che si configura quale risorsa ulteriore per il lettore.

    Una delle ipotesi che suggerirò in questa sede sarà quella che potrei definire come “lettura sensibile” del compendio autobiografico. In che modo è possibile realizzarla? Semplicemente entrando in relazione col testo, interrogandolo in modo tale che non ci si limiti a trattarlo come un oracolo di premonizioni a misura di sé stessi.

    Per una lettura sensibile

    Le modalità con le quali è possibile avvicinarci alla comprensione di un testo autobiografico sono molteplici; passiamo dall’analisi testuale tout court (letteratura), a quella relativa agli Indicatori linguistici percettivi e cognitivi (psicologia) all’individuazione delle forme culturali del pensiero (antropologia) fino all’analisi lessicale per mezzo di strumenti di text mining (sociologia). Ciò che sembra opportuno evidenziare nella prospettiva di una lettura sensibile dell’altro, riguarda non tanto la metodologia in uso per confermare determinate ipotesi di natura scientifica, piuttosto il sottolineare una condizione fondamentale del testo autobiografico: l’essere Corpo di una vita narrata. Rispetto a questa presa di coscienza non possiamo redimerci dal considerarlo un Soggetto vivo. Ecco allora che la prima condizione imprescindibile per l’analisi di un testo autobiografico diviene la capacità di predisporci al suo ascolto per mezzo dell’interrogazione, della domanda. Il narratore ha deciso di parlarci: perché lo ha fatto?

    Semplice egotismo? Raffinatezza intellettuale? Esigenza professionale? Apologie delle proprie convinzioni? Trasmissione storica di saperi? Queste sono soltanto alcune delle infinite domande che potremmo porci se decidessimo di aprirci ad un dialogo tra noi e il testo, senza limitarci ad una sua lettura settorializzata. A ben pensarci la stessa declinazione, cui siamo soliti riferirci ad un’opera che abbiamo terminato di leggere, ricorre perlopiù all’uso del passato prossimo (“ho letto quel libro”) . Un passato che è sinonimo di un atto compiuto, archiviato. Un’abitudine che conduce il corpo narrante dell’autobiografia verso un’ipostasi. Un ristagno dei suoi flussi ematici vitali che operano per garantirle una dinamicità delle sue funzioni biologiche indispensabili alla sua sopravvivenza. Questo ci induce a ritenere l’autobiografia quale manifestazione agita da un soggetto, per mezzo della quale, il corpo dell’autore prende vita nella naturale estensione della sua Parola. Si realizza così una fusione totale tra logos corpo e psiche, che dà vita ad una forma nuova, complessa, che non può e non deve essere condannata a stendersi sul tavolo operatorio del ricercatore pronto a sezionarla.

    Non siamo di fronte ad un saggio scientifico o ad un’opera di finzione, ma ripercorriamo le memorie di una vita che è stata realmente vissuta, esattamente come noi viviamo la nostra, con quelle difficoltà e quelle abitudini che contrastano ogni tentativo di cambiamento. Ecco allora comparire l’opportunità di una relazione dialogante tra il lettore e il narratore. Quest’ultimo ci parla della sua esistenza e questa ci rimanda di riflesso a domandarci della nostra. Un atto cognitivo che parte dall’aneddoto raccontato, dal pensiero viscerale dell’autore che è andato concretizzandosi nel tempo. L’autobiografo manifesta la sua dichiarazione di esistenza : un tentativo interrogante per spiegarsi, principalmente a sé stesso, come egli sia diventato ciò che è. E’ un pensarsi in quanto soggetto che si interroga sul suo divenire. Il dialogo tra lo studioso e il narratore allora, per parafrasare Heidegger, non dovrebbe partire da una risposta già incasellata in un quadro teorico privo di contenuti “autentici” che rimanda dappresso ad un “Si dice”, “Si fa”; piuttosto dovrebbe soffermarsi sull’ignoto. Il lettore dovrebbe lasciare che alcune delle domande poste dal narratore non giungano mai ad esaurirsi completamente, poiché in fondo tale è la vita di ognuno e l’ultima parola che ci spetta in sorte è quella che non è mai cosciente.

    Colui che si accinge a dialogare con l’autobiografo si dovrebbe predisporre a far respirare l’angoscia del vuoto. A non intervenire nell’immediato per colmare lacune o zone d’ombra, ma semplicemente ascoltarne l’eco che entrambe generano nel proprio mondo interiore, quello del lettore. Un ascoltare vivo, che assume in sé le radice dell’esistenza dell’altro, i suoi stessi interrogativi, le sue smanie di rievocazione, ma sempre con un punto di vista esterno che rimanda al mio essere soggetto, al mio interloquire con l’ interiorità che convive in me, senza cercare formule preconfezionate che rispondano facendo le veci di me stesso. Domandare al testo vuol significare allora che il narrato possiede in sé la potenzialità di far luce su alcuni quesiti di base che lo studioso o l’appassionato di autobiografia dovrebbe quanto meno tentare di porsi.

    Secondo la mia personale intuizione, che quindi non vuol essere risolutiva ma integrativa ed aperta ad ulteriori possibilità, potrei interrogare il Testo partendo da:
    1. Perché ha scelto questo titolo?
    2. Chi è l’autore? E’ firmato dal narratore ovvero affidato alla penna di un terzo a cui l’autobiografo si affida per essere raccontato?
    3. Quale registro linguistico ha prediletto?
    4. Qual è il suo registro narrativo? Perché ha scelto proprio questo e non un altro?
    5. Quale struttura ha dato alla sua autobiografia? E’ cronologica-lineare? Procedi a balzi con l’incursione di flashback? Ricorre ad un flashforward?
    6. Contiene tutte le fasi apicali dello sviluppo vitale del soggetto (infanzia, adolescenza, giovinezza, adultità e vecchiaia)? Ne esclude qualcuna?
    7. Per ogni fase del suo sviluppo quante pagine vi dedica?
    8. Quali impressioni mi ha suscitato la sua lettura?
    9. In cosa si distingue dal mio percorso autobiografico e in cosa, invece, lo avverto complementare?
    10. Quali personaggi risultano essere maggiormente caratterizzati nel suo racconto? E nel mio?
    11. Vi sono temi che ha deciso di non sviluppare? Perché? Mi è capitato di sperimentare sentimenti o sensazioni analoghe nelle mie personali omissioni autobiografiche?
    12. Fa cenno alla sua formazione? In caso affermativo, ritiene che questa possa averlo influenzato negli anni a seguire? Per me invece qual è stata?
    13. Quanti sono gli stadi di maturazione e di svolta dell’Io? Ne esiste uno centrale?
    14. Volendo adattare la metafora del corpo al testo autobiografico: qual è il suo cuore? La sua mente? I suoi arti?
    15. La sua rievocazione poggia sulla sua percezione interiore (come nelle confessioni di Rousseau) oppure si accompagna di atti e documenti ufficiali che ne attestino la validità del ricordo? Insomma avverte la necessità di giustificarsi di fronte al lettore? Accampa una pretesa oggettiva nella ricostruzione del suo memoriale?

    Una serie di interrogativi, quelli proposti, che rispondono ad una lettura sensibile del testo, prescindendo da modello logico-scientifico. E’ la curiosità della scoperta a muoverci verso l’autobiografo, a sollecitare quell’idea iniziale della sua complessa identità. Quanto ritengo fondamentale, come ho detto, risiede precipuamente nell’impegno morale da parte del lettore di non adottare interpretazioni tout court o di larghe intese, ma sperimentare la possibilità che alcuni di questi interrogativi non trovino una risposta adeguata nel confronto continuo con la propria personale dialogicità. Non posso limitarmi ad un semplice domandare al testo, ma devo scavare in fondo al mio testo personale, quello che magari ancora non ho scritto, per scivolare nel fondo delle sue ragioni, per comprenderle pienamente nel vivo della loro espressione.

    Con ciò non voglio certo sminuire o condannare altri tipi di letture funzionali alle indagini proposte da una determinata ricerca di qualsivoglia natura. Quello che intendo affermare piuttosto, è la rivalsa di un’assunzione importante del soggetto che narra in chiave pedagogico-trasformativa. Le storie che ascoltiamo debbono avere un fine che oltrepassa quello individuato dal disegno di ricerca, vestendo il ruolo di un riflesso col quale avviare un dialogo ininterrotto, dove la percezione del narratore diviene spunto per un’ulteriore riflessione sul mio modo di configurare la realtà che vivo o che ho vissuto.

    Non possiamo limitarci ad una lettura scevra da emozione, incapace di rispecchiarsi entro la nostra individualità. L’atto linguistico, l’enunciato con il quale ci si esprime nella narrazione è così vicino a noi da non poter essere interpretato come un fenomeno distinto ed estraneo. Dobbiamo impegnarci nel riconoscere una dignità alla storia di vita che proceda oltre le nostre pretese scientifiche, ricordandoci che narrare non vuol significare soltanto rispondere a qualcosa, quanto semmai domandarci di quel qualcosa che è il nostro Essere, colto nella sua dimensione vitale.

    Un rapporto dialogico con l’altro è sempre alla base di una realizzazione personale. Lo stesso Rogers parlava di tendenza attualizzante come di un’attitudine costitutiva dell’essere umano volta a fecondare con le proprie aspirazioni il terreno più fertile ed adatto alla sua natura. Per un ricercatore questo terreno fertile e bonario non dovrebbe circoscriversi alla comprensione generale, seppur approfondita, del contesto di sfondo della sua ricerca, ma dovrebbe compiere un balzo in avanti, nella profondità di quell’ignoto che ci appare tanto più semplice indagare quanto più ne prendiamo le distanze, da noi e dall’altro, perché in parte siamo consci di avvertirlo reclamare, dalla lontananza del suo eco, un posto degno nel presente della nostra vita.

    Note

    1] Barbalato B., La grammatica del tempo vissuto e del tempo raccontato, in “Pedagogia della narrazione” a cura di Olivieri F., rivista elettronica m@gm@ Vol. 8 n. 2/2010.
    2] Per un approfondimento sul rapporto dialogico dell’essere umano si rimanda alla bibliografia specifica di Martin Buber e di Ferdinand Ebner.

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